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venerdì, 21 Giugno, 2024

Viaggiatori italiani e stranieri: William Young dalla Francia in Basilicata e Calabria (1771)

Nel 1771 chi ti arriva in Calabria sull’onda del gran tour? Un giovinetto di soli 22 anni. È figlio di un baronetto inglese e ha nome William Young. È nato nel 1749 e morto nel 1815. Di chiara famiglia aristocratica, ha studiato nelle università di Eton, Cambridge e Oxford. Membro del parlamento, nel 1807 sarà governatore di Tobago, nelle Indie Occidentali. Ha avuto due mogli, Sarah Lawrence e Barbara Talbot e sei figli, di cui 4 maschi. Ciò che ha scorto durante il percorso lo ha condensato nell’opera così titolata: “A Journal of a summer excursion, By the road of Montecasino to Naples, And from thence over all the Southern Parts: Italy, Sicily, and Malta; n the Year MDCCLXXII”[1]. Le varie fasi del viaggio sono apparse successivamente a puntate nel 1834 sul periodico “Imperial Magazine”, quindi nel 2009 a Lugano Rosario Portale e Stella Di Benedetto hanno provveduto alla riedizione con titolo “Viaggio in Sicilia e Malta nell’estate del 1772”. Ultimamente ne ha trattato estesamente nell’annata 2011 del periodico dell’Università di Bari “La nova ricerca” Luigi Cazzato[2]. All’importante amministratore coloniale si debbono pure fatiche come “The Spirit of Athens…” apparso nel 1777 e “A Tour Trough the Several Islands of Barbadoes …” tra 1791 e 1792.

La partenza per l’Italia di Young è avvenuta nel mese di aprile. Dalla Francia il viaggiatore si è indirizzato alla volta di Genova unitamente a un medico scozzese conosciuto a Marsiglia, Patrick Russell, indi si è portato a Firenze e Roma, dove si è incontrato con altri personaggi. Infine, il giorno 27 assieme al pittore scozzese John Brown[3] si è avviato inverso Napoli e la Puglia, regioni nelle quali si è interessato soprattutto alle reliquie dell’età classica. Indi è pervenuto in Basilicata e in questa regione non poteva non ammirare le offerte profuse da Metaponto. A proposito riferisce che in mattinata, oltrepassato il Taro, si è venuto a trovare in un vasto bosco di abeti e sempreverdi con qua e là terreni adibiti a coltivazione di grano o a pascolo. Nella serata sul tardi, dopo aver attraversato un campo di granturco, è pervenuto a Torre di Mare, località nella quale ci si avvedeva di una torre di vedetta e di un casale. Era detta sita quasi al centro in cui un tempo prosperava l’antica Metaponto. Il giorno dopo a cavallo unitamente agli altri compagni si è portato in quella che i contadini chiamavano la Tavola dei Giganti, sicuramente il noto tempio che ancora ai nostri giorni si fa ammirare.  A proposito si sofferma sul colonnato e su varie misurazioni e nota ch’era opinione che si potesse trattare delle rovine dell’antica scuola di Archita, tra l’altro studioso di Pitagora che parimenti si è intrattenuto a lungo con i Metapontini. Nell’occasione non manca d’intrattenersi sul cosiddetto male della tarantola e conseguente ballo che costringeva il paziente ad una danza convulsa. Lasciata Torre di Mare il viaggiatore inglese ha proceduto spedito alla volta di Pelicaro, che indica come sede dell’antica Eraclea, un sito dove per allora era dato rilevare appena i resti di un vecchio convento deserto e cinque o sei misere capanne.

Per quanto riguarda la Calabria Young scrive con data 14 giugno che, lasciata Pelicaro, indubbiamente Policoro, sito donde sono transitati svariati visitatori del sud-Italia, lui e i compagni di cordata hanno camminato per un’aperta campagna coltivata a grano, ma nella quale, oltre alla gioiosa scena del raccolto, si scorgevano pochi alberi e case. Sopravvenuta la notte, si sono avvicinati a una torre di guardia chiamata Rossita, di sicuro l’odierna Roseto Capo Spulico, situata su una romantica e imponente scogliera. Sul posto hanno incrociato il gioviale gruppo dei mietitori, una trentina. Non essendoci una stanza a disposizione, Young si è visto costretto a trascorrere alzato l’intera notte. Nonostante un simile inconveniente, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Ha offerto vino e tabacco a quei falciatori, che lo hanno ricambiato con grande allegria intrattenendolo in una vorticosa danza, una specie di giga[4]. Voci e chitarre si alternavano e così pure i danzatori. Gli atteggiamenti grotteschi che esprimevano si qualificavano i più divertenti e sorprendenti. Ogni parte del corpo era in movimento, mani, testa, piedi.

La mattina del giorno seguente, ripreso il cammino, ci si è avviati su un itinerario lungo la costa a volte cercando di scavalcare enormi rocce, ma preferendo un tracciato attraverso un boschetto di sempreverdi parecchio profumato fino a raggiungere la punta estrema del Golfo di Taranto. Penetrati in una plaga, che esibiva un discreto assortimento di tipi di grano, a giornata conclusa hanno superato il fiume Sibari allora detto Cochile (Coscile) e appresso anche il Crati. In mezzo ai due fiumi si avvertiva appena un miserabile villaggio composto da sei case, nomato pomposamente “Sibari Rovinata”. Era da supporre che ci si trovasse nel luogo in cui un tempo sorgeva la città di Sibari, ma di suoi possibili resti nemmeno l’ombra.

Avendo smarrito la rotta e incombendo ormai il buio, la comitiva si è trovata a vagare su un ramo dell’Appennino fino a spingersi a una città collocata sulla sommità e nomata Sprizzano, ovviamente Spezzano. Il mattino successivo, nel riportarsi a valle, hanno osservato tanti bellissimi e ameni borghi, che, fissati su grezze rocce, a metà del pendìo del rilievo erano percorsi da rumorosi torrenti, che sgorgavano dalla vetta, costeggiati da boschi di mirto. La montagna risultava insomma dotata di tutte le aspre bellezze di una natura selvaggia. Proprio al confluire dei due rami che si distendono per 40 miglia ecco Cosenza, la capitale della Calabria raggiunta nella serata del giorno 13.

Alquanto diversa la situazione della Calabria rispetto al territorio già attraversato! Young non si rileva da meno di tanti che prima e dopo di lui hanno calcato la zona in tutti i tempi, per cui le sue considerazioni fanno il paio con tantissime altre. In Calabria si vive nella più ignorante e quasi incivile brutalità, con cause che si diversificano variamente. Il paese è scosceso, rozzo e montagnoso, per cui i residenti si sono uniformati all’aspro paesaggio. Il suolo, che si presenta pieno di crepe, ha impedito il transito di carrozze e perfino degli aratri. Il commercio è ignorato e l’agricoltura viene limitata al necessario per il cibo quotidiano. A tutto questo va rapportata l’instabile varietà delle stagioni, che ha indurito e rafforzato il temperamento degli abitanti, per loro natura zotici, forti e feroci come gli animali. Amara conclusione: nelle pianure i naturali sono civili, al contrario nelle zone elevate!

Da Cosenza il passo è stato spinto fino ad Amantea. È essa, afferma lo Young, una piccola città allocata su un vasto sperone che sovrasta il mare e a nord è divisa da un canale di fiume. Offre un aspetto suggestivo e pittoresco, ma non è invero piacevole dato che poco agevolmente si può varcare la soglia a scanso di rompersi l’osso del collo. Nel ridente centro rivierasco il turista per l’occasione ha perso un compagno amabilissimo e un’eccellente cuoco. Temendo che il procedere si sarebbe rivelato pericoloso, il signor T. e il suo servitore François hanno preferito noleggiare una barca e filarsela a Napoli. Nella stessa mattinata il giovane inglese e il resto del gruppo si sono sistemati su un similare natante che ha preso la direzione di Messina. Dopo essere passati a molta distanza dal Golfo di Sant’Eufemia a sera l’arrivo a Tropea, modesto abitato situato su un’ardita cresta. Era tutta un’altra condizione. La costa non era pari a quella adriatica, che si mostrava piuttosto pianeggiante datosi che le montagne, che si estendevano fino al mare, venivano erose dalle onde procurando la formazione di rocce e precipizi.

Il giorno 14 il drappello lasciava Tropea e l’Italia e sbarcava a Scilio (Scilla), piccolo paese con un castello o fortezza su una famosa roccia disgiunta dalla riva, quella stessa ch’era così temuta dagli antichi che la nominavano Scilla e che, accomunata a Cariddi e collegata a mitiche paure, proponeva poesia e superstizione. Per il visitatore la rupe, di sparuta estensione, si ergeva “impressionante e pittoresca” e non era pericolosa secondo il dire di Omero, Virgilio e altri poeti. Essa non era affatto impressionante quale l’avevano dipinta cotali illustri scrittori. Si riteneva forse un punto di riferimento come accadeva per altri stati contrassegnati ognuno dalla propria capitale. Nelle more non mancano i riferimenti allo Stretto con dirimpettai Scilla e Cariddi e i vortici che si creavano. Da Scilla il passaggio a Messina è stato conseguenziale. Dopo una puntata a Malta il gruppo il 9 settembre abbandonava la Sicilia e il 13 era a Napoli. Young rientrerà in patria nell’aprile del 1774.

Amantea nell’opera del Pacichelli
Tempio di Metaponto

[1] Un diario di una escursione estiva dalla strada di Montecassino a Napoli, e da lì su tutto il sud, e Malta durante l’anno 1772.

[2] A. XX, n. 20, pp. 79-90, Fabrizio Serra editore, Pisa-Roma, 2012.

[3] John Brown, nato a Edimburgo intorno al 1752, si è portato a Roma nel 1769 ed è stato allievo di Alexander Runciman. Nel 1780 è rientrato in Scozia ed è morto a Londra nel 1787.

[4] La giga jig in inglese e gigue in francese, danza popolare nei secoli XVI-XV, era caratterizzata dall’intrecciarsi variato di danze condotte a ritmo veloce. 

Nel 1771 chi ti arriva in Calabria sull’onda del gran tour? Un giovinetto di soli 22 anni. È figlio di un baronetto inglese e ha nome William Young. È nato nel 1749 e morto nel 1815. Di chiara famiglia aristocratica, ha studiato nelle università di Eton, Cambridge e Oxford. Membro del parlamento, nel 1807 sarà governatore di Tobago, nelle Indie Occidentali. Ha avuto due mogli, Sarah Lawrence e Barbara Talbot e sei figli, di cui 4 maschi. Ciò che ha scorto durante il percorso lo ha condensato nell’opera così titolata: “A Journal of a summer excursion, By the road of Montecasino to Naples, And from thence over all the Southern Parts: Italy, Sicily, and Malta; n the Year MDCCLXXII”[1]. Le varie fasi del viaggio sono apparse successivamente a puntate nel 1834 sul periodico “Imperial Magazine”, quindi nel 2009 a Lugano Rosario Portale e Stella Di Benedetto hanno provveduto alla riedizione con titolo “Viaggio in Sicilia e Malta nell’estate del 1772”. Ultimamente ne ha trattato estesamente nell’annata 2011 del periodico dell’Università di Bari “La nova ricerca” Luigi Cazzato[2]. All’importante amministratore coloniale si debbono pure fatiche come “The Spirit of Athens…” apparso nel 1777 e “A Tour Trough the Several Islands of Barbadoes …” tra 1791 e 1792.

La partenza per l’Italia di Young è avvenuta nel mese di aprile. Dalla Francia il viaggiatore si è indirizzato alla volta di Genova unitamente a un medico scozzese conosciuto a Marsiglia, Patrick Russell, indi si è portato a Firenze e Roma, dove si è incontrato con altri personaggi. Infine, il giorno 27 assieme al pittore scozzese John Brown[3] si è avviato inverso Napoli e la Puglia, regioni nelle quali si è interessato soprattutto alle reliquie dell’età classica. Indi è pervenuto in Basilicata e in questa regione non poteva non ammirare le offerte profuse da Metaponto. A proposito riferisce che in mattinata, oltrepassato il Taro, si è venuto a trovare in un vasto bosco di abeti e sempreverdi con qua e là terreni adibiti a coltivazione di grano o a pascolo. Nella serata sul tardi, dopo aver attraversato un campo di granturco, è pervenuto a Torre di Mare, località nella quale ci si avvedeva di una torre di vedetta e di un casale. Era detta sita quasi al centro in cui un tempo prosperava l’antica Metaponto. Il giorno dopo a cavallo unitamente agli altri compagni si è portato in quella che i contadini chiamavano la Tavola dei Giganti, sicuramente il noto tempio che ancora ai nostri giorni si fa ammirare.  A proposito si sofferma sul colonnato e su varie misurazioni e nota ch’era opinione che si potesse trattare delle rovine dell’antica scuola di Archita, tra l’altro studioso di Pitagora che parimenti si è intrattenuto a lungo con i Metapontini. Nell’occasione non manca d’intrattenersi sul cosiddetto male della tarantola e conseguente ballo che costringeva il paziente ad una danza convulsa. Lasciata Torre di Mare il viaggiatore inglese ha proceduto spedito alla volta di Pelicaro, che indica come sede dell’antica Eraclea, un sito dove per allora era dato rilevare appena i resti di un vecchio convento deserto e cinque o sei misere capanne.

Per quanto riguarda la Calabria Young scrive con data 14 giugno che, lasciata Pelicaro, indubbiamente Policoro, sito donde sono transitati svariati visitatori del sud-Italia, lui e i compagni di cordata hanno camminato per un’aperta campagna coltivata a grano, ma nella quale, oltre alla gioiosa scena del raccolto, si scorgevano pochi alberi e case. Sopravvenuta la notte, si sono avvicinati a una torre di guardia chiamata Rossita, di sicuro l’odierna Roseto Capo Spulico, situata su una romantica e imponente scogliera. Sul posto hanno incrociato il gioviale gruppo dei mietitori, una trentina. Non essendoci una stanza a disposizione, Young si è visto costretto a trascorrere alzato l’intera notte. Nonostante un simile inconveniente, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Ha offerto vino e tabacco a quei falciatori, che lo hanno ricambiato con grande allegria intrattenendolo in una vorticosa danza, una specie di giga[4]. Voci e chitarre si alternavano e così pure i danzatori. Gli atteggiamenti grotteschi che esprimevano si qualificavano i più divertenti e sorprendenti. Ogni parte del corpo era in movimento, mani, testa, piedi.

La mattina del giorno seguente, ripreso il cammino, ci si è avviati su un itinerario lungo la costa a volte cercando di scavalcare enormi rocce, ma preferendo un tracciato attraverso un boschetto di sempreverdi parecchio profumato fino a raggiungere la punta estrema del Golfo di Taranto. Penetrati in una plaga, che esibiva un discreto assortimento di tipi di grano, a giornata conclusa hanno superato il fiume Sibari allora detto Cochile (Coscile) e appresso anche il Crati. In mezzo ai due fiumi si avvertiva appena un miserabile villaggio composto da sei case, nomato pomposamente “Sibari Rovinata”. Era da supporre che ci si trovasse nel luogo in cui un tempo sorgeva la città di Sibari, ma di suoi possibili resti nemmeno l’ombra.

Avendo smarrito la rotta e incombendo ormai il buio, la comitiva si è trovata a vagare su un ramo dell’Appennino fino a spingersi a una città collocata sulla sommità e nomata Sprizzano, ovviamente Spezzano. Il mattino successivo, nel riportarsi a valle, hanno osservato tanti bellissimi e ameni borghi, che, fissati su grezze rocce, a metà del pendìo del rilievo erano percorsi da rumorosi torrenti, che sgorgavano dalla vetta, costeggiati da boschi di mirto. La montagna risultava insomma dotata di tutte le aspre bellezze di una natura selvaggia. Proprio al confluire dei due rami che si distendono per 40 miglia ecco Cosenza, la capitale della Calabria raggiunta nella serata del giorno 13.

Alquanto diversa la situazione della Calabria rispetto al territorio già attraversato! Young non si rileva da meno di tanti che prima e dopo di lui hanno calcato la zona in tutti i tempi, per cui le sue considerazioni fanno il paio con tantissime altre. In Calabria si vive nella più ignorante e quasi incivile brutalità, con cause che si diversificano variamente. Il paese è scosceso, rozzo e montagnoso, per cui i residenti si sono uniformati all’aspro paesaggio. Il suolo, che si presenta pieno di crepe, ha impedito il transito di carrozze e perfino degli aratri. Il commercio è ignorato e l’agricoltura viene limitata al necessario per il cibo quotidiano. A tutto questo va rapportata l’instabile varietà delle stagioni, che ha indurito e rafforzato il temperamento degli abitanti, per loro natura zotici, forti e feroci come gli animali. Amara conclusione: nelle pianure i naturali sono civili, al contrario nelle zone elevate!

Da Cosenza il passo è stato spinto fino ad Amantea. È essa, afferma lo Young, una piccola città allocata su un vasto sperone che sovrasta il mare e a nord è divisa da un canale di fiume. Offre un aspetto suggestivo e pittoresco, ma non è invero piacevole dato che poco agevolmente si può varcare la soglia a scanso di rompersi l’osso del collo. Nel ridente centro rivierasco il turista per l’occasione ha perso un compagno amabilissimo e un’eccellente cuoco. Temendo che il procedere si sarebbe rivelato pericoloso, il signor T. e il suo servitore François hanno preferito noleggiare una barca e filarsela a Napoli. Nella stessa mattinata il giovane inglese e il resto del gruppo si sono sistemati su un similare natante che ha preso la direzione di Messina. Dopo essere passati a molta distanza dal Golfo di Sant’Eufemia a sera l’arrivo a Tropea, modesto abitato situato su un’ardita cresta. Era tutta un’altra condizione. La costa non era pari a quella adriatica, che si mostrava piuttosto pianeggiante datosi che le montagne, che si estendevano fino al mare, venivano erose dalle onde procurando la formazione di rocce e precipizi.

Il giorno 14 il drappello lasciava Tropea e l’Italia e sbarcava a Scilio (Scilla), piccolo paese con un castello o fortezza su una famosa roccia disgiunta dalla riva, quella stessa ch’era così temuta dagli antichi che la nominavano Scilla e che, accomunata a Cariddi e collegata a mitiche paure, proponeva poesia e superstizione. Per il visitatore la rupe, di sparuta estensione, si ergeva “impressionante e pittoresca” e non era pericolosa secondo il dire di Omero, Virgilio e altri poeti. Essa non era affatto impressionante quale l’avevano dipinta cotali illustri scrittori. Si riteneva forse un punto di riferimento come accadeva per altri stati contrassegnati ognuno dalla propria capitale. Nelle more non mancano i riferimenti allo Stretto con dirimpettai Scilla e Cariddi e i vortici che si creavano. Da Scilla il passaggio a Messina è stato conseguenziale. Dopo una puntata a Malta il gruppo il 9 settembre abbandonava la Sicilia e il 13 era a Napoli. Young rientrerà in patria nell’aprile del 1774.

Amantea nell’opera del Pacichelli
Tempio di Metaponto

[1] Un diario di una escursione estiva dalla strada di Montecassino a Napoli, e da lì su tutto il sud, e Malta durante l’anno 1772.

[2] A. XX, n. 20, pp. 79-90, Fabrizio Serra editore, Pisa-Roma, 2012.

[3] John Brown, nato a Edimburgo intorno al 1752, si è portato a Roma nel 1769 ed è stato allievo di Alexander Runciman. Nel 1780 è rientrato in Scozia ed è morto a Londra nel 1787.

[4] La giga jig in inglese e gigue in francese, danza popolare nei secoli XVI-XV, era caratterizzata dall’intrecciarsi variato di danze condotte a ritmo veloce. 

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