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Ruoti
giovedì, 23 Maggio, 2024

RUOTI 1940: Campo d’internamento per gli ebrei stranieri

“Da dove e verso dove si dirige il mio cammino, così greve e così lento, senza fine né inizio? “

Simeon Samuel Frug

Ruoti, 7 Agosto 1940. Con decreto ministeriale, il territorio di Ruoti assolve alla funzione di campo d’internamento per gli ebrei stranieri fino all’8 settembre 1943.

Secondo le ricerche di Anna Pizzuti, autrice di un’indagine generale sull’internamento degli ebrei stranieri durante il periodo bellico, pubblicata on line nel sito www.annapizzuti.it, dove sono disponibili un database che contiene un elenco dettagliato degli internati, in continuo aggiornamento, e un’ampia sezione documentaria, nessuno degli ebrei stranieri presenti, nell’intero periodo in cui Ruoti fu località di internamento, fu deportato.

Consultando il database di Anna Pizzuti, risulta che nel territorio ruotese furono internati, per periodi più o meno lunghi, 8 ebrei stranieri, 4 uomini e 4 donne. Si tratta di due austriaci, due tedeschi, tre polacchi e una donna di cui non si conosce la nazionalità. Due sono i nuclei familiari composti solo da marito e moglie. In entrambi questi casi il percorso di internamento è simile. Gli uomini vengono internati nel 1940 nel campo di concentramento di Campagna mentre le donne, una direttamente a Ruoti e l’altra prima nel campo di Ferramonti e successivamente ad Avigliano. Verso la fine del 1942, in seguito evidentemente a richieste di ricongiungimento, tutte e due le coppie risultano presenti a Ruoti.

Nel database curato da Anna Pizzuti, non risulta invece l’internamento a Ruoti di Alessandro Baumann, ricordato invece dalla testimonianza del figlio Alberto. Di Baumann – ebreo ungherese che, fatto prigioniero dagli italiani durante la prima guerra mondiale decide di fermarsi a vivere in Italia alla fine del conflitto, sposa un’ebrea nata e cresciuta a Nizza ma figlia di livornesi e assieme si stabiliscono a Montecatini – Anna Pizzuti documenta invece l’internamento ad Avellino nel luglio del 1940.

Secondo le ricerche di Anna Pizzuti, dopo la liberazione, due nominativi – sono presenti a Fort Ontario, Oswego (New York) nel luglio 1944. Altre due presenze sono documentate alla fine del 1944: una a Potenza e l’altra a Ferramonti. Dei rimanenti tre nominativi non si hanno notizie successive al settembre del 1943. Dalla testimonianza di Alberto Baumann sappiamo che il padre Alessandro fece ritorno a Montecatini dopo la liberazione.

Pubblichiamo di seguito l’intervista integrale fatta dal ricercatore Andrea Giuseppini, il 28 febbraio 2012 a Roma, ad Alberto Baumann figlio di Alessandro Baumann che afferma l’internamento del padre presso Ruoti, dove svolse il ruolo d’interprete e istruttore d’inglese presso la famiglia del principe Ruffo.

Mio padre era un ufficiale ungherese, un cadetto era, che fu preso prigioniero dopo Caporetto, Prima Guerra Mondiale. Io ho delle fotografie di lui nella prigionia. Era un bel ragazzo… con i suoi colleghi, diciamo. Però aveva uno spirito girovago. Uno spirito da girovago aveva, tanto che a guerra finita, a liberazione dei prigionieri avvenuta, se ne guardò bene di tornare in Ungheria. Rimase in Italia, paese che lui… quando parlava dell’Italia si riempiva di luce. Diceva “Più bello paese del mondo”. E queste cose qui. Rimase in Italia, s’arrangiò, non so come, avrà fatto dei lavoretti. Rappresentanze aveva. Parlava molte lingue, e molto bene. Infatti scriveva sui giornali articoli di sfondo turistico perfetti. Io gli dicevo ogni tanto “Papà fammi vedere se c’è un errore…”. Sarei stato fiero io di trovare un errore, ma no non c’erano errori. Scriveva benissimo. Rimase in Italia e andò a Viareggio, non so come. Quando vide… questo è molto romantico naturalmente… vide una carrozza fermarsi e una signora con una signorina dalla gamba ingessata che non… dovevano scendere da questa carrozza e mio padre immediatamente, questo è tipico di quei tempi, la Belle Époque probabilmente, si precipitò ad aiutare questa ragazza a scendere dalla carrozza e poi diventò sua moglie. E cioè la mia mamma. Che era una ragazza nata e cresciuta a Nizza ma figlia di livornesi, di toscani. Mio nonno, suo padre, Piperno, era un livornese. Mia nonna era nata vicino a Arezzo. Faceva la maestra, ha fatto la crocerossina, tante cose. Questi erano i tempi così detti belli, degli anni ’30. Io sono nato nel ’33. Erano gli anni decenti, cioè mio padre aveva un lavoro a Montecatini, era direttore dell’Ufficio Propaganda, mi pare che fosse. Perché lui era portato alla pubblicità… allora. E poi vennero le leggi razziali del ’38.

Quindi lei è nato a Montecatini?

No, sono nato a Milano. Mi portarono… avevo due anni. Io credevo di essere stato portato a pochi mesi invece avevo due anni. Nel ’35 mi portarono a Montecatini. Che poi è diventato il mio paese… il mio paese, i 1 miei amici, la mia strada. E ho avuto un infanzia stradaiola, completamente stradaiola. Perché mio padre parti per il confino, per l’internamento. La mia mamma morì nel ’39. Quindi avevo sei anni. Io rimasi con il nonna e la nonna e mia sorella. Mio nonno – buffo, livornese, Piperno Alfredo – mi diceva “Vammi ad aprire il negozio”, negozio di stoffe… e io dicevo “Subito vado a aprire”. Cosa facevo: prendevo una tavola di due metri per un metro e mezzo e questo era il negozio. Ma lo chiamavano negozio. Andavo con mia sorella, trovavo in questa strada due “caprette” e ci si metteva la tavola sopra e poi aprendo una valigia, una cosa… la tovaglia, le cravatte, calzini, eccetera, e questo era. Ma quando mio nonno morì nel ’43, che io avevo dieci anni, si rimase due ragazzini, due bambini – mia sorella era del ’29 – con la nonna. Che poverina… già mia nonna fu felice… felice… fu sorpresa quando frugando nel portafoglio del nonno appena morto trovò 50 lire. E mia nonna che diceva “Ecco! Ce l’aveva 50 lire! Almeno il funerale ci si fa. Ce l’aveva”. Hai capito. Questa era l’organizzazione della famiglia. Il resto era miseria. Miseria. Leggi razziali, guerra. Amici della strada che partivano – i più grandi – per Grecia… chi tornava, chi non tornava… i più non tornavano. E poi arrivarono questi tedeschi.

Torniamo un attimo a suo padre. Ha detto che a un certo punto è stato mandato al confino. Che ricordi ha? Suo padre poi cosa le ha raccontato?

Mio padre non ha mai raccontato niente della sua vita. Niente. Era un uomo chiuso. Aveva probabilmente una doppia personalità perché fuori mi raccontavano che era spiritosissimo, faceva ridere tutti. In casa non parlava, e tanto meno con me. Anche perché lui si considerava vecchio, che io ero ancora un bambino. Perché io sono nato che lui aveva quarantadue, quarantatré. Niente, andò in questo campo di internamento. Che poi io quando ne parlai con Carlo Levi mi disse “Ma eravamo vicini con tuo padre”. Perché Levi era dalla parte di Potenza… sempre in Lucania. Mio padre era in un cucuzzolo di montagna, oggi chissà trasformato con alberghi… allora era un cucuzzolo e si chiama Ruoti, nella provincia di Potenza.

E venne mandato quando?

Io me lo devo ricordare, infatti sono conti che ho fatto. Le leggi razziali sono del… ma poi è interessante, scusa questa parentesi, mio padre… io non mi ricordo che fu preso come ebreo perché lui era apolide. Poi nel paese, allora Montecatini era una splendida cittadina ma pochi abitanti, si conoscevano tutti, evidentemente quest’uomo che veniva da un paese, sia pure alleato dell’Italia, l’Ungheria, ma si capiva che era ebreo, da tante cose… qualcuno avrà detto “Leviamolo di lì. Ruba il lavoro a un italiano”, che ne so io.. e lo portarono… lui diceva che… per esempio, vennero due poliziotti a prenderlo. Appena saliti sul treno gli levarono una catenella con le mani… così. E questo pensiero di mio padre che va via, un uomo gentile, mite, intelligente, colto. Lui giudicava un altro uomo a seconda dei libri che aveva letto. Quando lui diceva “Guarda quello non ha letto mai un libro in vita sua”, voleva dire che non c’era niente da fare. Hai capito. E non lo vedo con le mani chiuse, non faceva male a nessuno. Va bene, questo è successo a molta gente. E quindi il periodo della guerra ce lo facemmo mia nonna, la mia sorellina che era bambina, poco più grande di me, e io. Quando non c’erano più soldi, non c’era più niente, non c’erano mai stati soldi a casa mia, mia nonna non faceva altro che lavorare. Le facevano fare… un amico di famiglia, Marino… le faceva fare delle 2 tomaie per gli zoccoli. Allora le donne portavano sughero, e lei era bravissima a fare queste tomaie e guadagnava qualche cosa. E poi un giorno non ci fu più niente. Mi mandava… io pigliavo una bicicletta, me la prestava un amico, e andavo in una campagna vicina, che mi ricordo benissimo, e nella quale sono tornato non riconoscendo più niente perché è tutta ville, allora era un deserto, andavo con questa bicicletta dai contadini che conoscevamo e mi davano un po’ di farina gialla, mi davano un po’ di pannocchie e io sono cresciuto a polenta. E rape soprattutto, rape. Barbabietole, belle, bianche dentro. Questo era, come me anche altri ragazzi facevano questo.

Contatti con vostro padre? Vostro padre scriveva?

Mio padre smise di scrivere per un certo periodo perché c’era la censura. Una volta venne un soldato, di fanteria mi pare, si chiamava Egidio Fulvio, Fulvio Egidio con una coppia di padre enorme e disse “Lo manda il vostro papà. Lo manda il signor Alessandro” cose così. Questa coppia di pane fu la festa per non quanto tempo. Perché non si vedeva mai. Io stesso uscii con una grande fetta di questo pane e due signore, mi ricordo, si fermarono e una disse all’altra “Guarda quello, guarda quello!” Allora il pane era un tesoro, una preziosità. E arrivò questo soldato, portò questo… fu invitato a pranzo. Tutto tra virgolette… “a pranzo”. Mia nonna era un genio dell’arte culinaria. Dove diavolo tirava fuori… era stata un’albergatrice e dirigeva un grande albergo a Montecatini, l’Hotel de la Ville. Evidentemente aveva una fantasia perché poi ricavava da erba un pranzo, come le donne di Roma… faceva la cicoria, e tante cose. Era buono. Vabbè, questo me lo ricordo come un dono dal cielo. Poi cominciarono le giornate…

Lei aveva… del ’33, cinque anni

No sei, sette.. io ora parlo degli anni…

Ma nel ’38 l’anno delle leggi razziali.

Cinque anni avevo

Non andava ancora a scuola…

Non mi fecero entrare una mattina. Il mio maestro Gennai, che io ho amato molto perché ho studiato con lui, grande amico di mio nonno, disse “C’è questa legge… come faccio…“, disse “non glielo dire al…“, mi chiamavano Berzi a me. Berzi me lo mise mio padre, vuol dire Albertino in ungherese. Berzi. E tutti mi ricordano come Berzi, i miei amici mi chiamavano Berzi. Io stesso delle volte quando penso “Alberto” dico “Ma non è possibile”. “Allora non glielo dire in maniera che il bambino…”. Ma io ero un ragazzino sveglio, allora eravamo un’altra generazione. Ragazzi di strada figli di operai, quello figlio di tassista, quello figlio d’azzeccagarbugli, ci si arrangiava tutti, onestamente, più o meno. E poi che ti devo dire. La mia fortuna…

Quindi le viene detto di non andare più a scuola?

No, di… io non capivo bene. A scuola andavo però non mi sedevo sul banco, oppure mi sedevo e non facevo niente. I compiti li scrivevo ma non me li richiedevano mai. Perché questo maestro… pensa che ogni sabato, come era obbligo allora, arrivava in divisa di tenente della Milizia, Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, io so tutto di questo periodo. Mi aiutava… una volta mi disse “Senti, tu saresti degno di comandare – perché allora la scuola era… il plotone – di comandare il plotone, ma purtroppo non puoi farlo”. Mi ricordo questo… ci tenevo… un due, un due [scandisce le parole come in marcia militare] “Saresti te…”. Poi si diventò stradaioli nel senso che ognuno di noi usciva la mattina con un’ordinazione impellente della madre, della nonna, della zia “Non tornare a casa finché non porti qualcosa da mangiare!”

E dove lo cercavate?

Si andava… c’era un lazarett tedesco… per esempio al Gran Hotel la Pace c’era un ospedale, si andava aspettando che i malati che giravano nel parco, i meno malati, lasciassero qualcosa del loro pasto. Mi ricordo pezzi di pane tedesco con burro e marmellata, questo pane nero… golosamente si mangiava, se te lo davano. E poi si andava a fare castagne, cioè a rubare castagne sulle colline. E una volta ebbi il colpo fortunato della mia vita. Mi arrampicai su un camion tedesco, era estate mi ricordo, ed era sera, che era fermo in una colonna. Salii… c’era un piedistallo dietro al camion, salii in questo piedistallo, ero basso anche e non ce la facevo… con gli amici che mi aspettavano… perché Edoardo, il capo banda che aveva cinque anni più di me, mi disse “Berzi, guarda un po’ in quel camion cosa c’è e poi me lo dici”. Io non solo mi arrampicai e non guardai, misi una mano e cosa venne su? Una pistola tedesca di quelle nere che portavano… io credevo la machine pistol, no, era un mitra, era una mauser o qualcosa di simile… e c’era il tedesco che dormiva. Quindi io gliela sfilai di sotto e come la misi fuori Edoardo la vide “Dammela a me, dammela…” e si scappò. Questo fu l’inizio, perché poi si andò a provare questa pistola, non io, sempre Edoardo, era il capo! E legò quest’arma fra due tronchi d’albero e sparò a un pezzo di carta per vedere se la prendeva. Poi c’era il più grande ancora, Moreno, Moreno Vitelli… “No sparo io, sparo io…” Io ero ammirato da loro perché… e ammiravo loro… erano grandi, fumavano, cicche… e si andò a sparare.. andarono a sparare a questo… mi ricordo bene. Poi si andò dentro un capanno di cacciatori che era lì. A un certo momento guardo fuori dal capanno e mi vedo circondato da strani individui giovani senza divisa ma con armi, pallottole, rivoltelle, eccetera. E un bel giovanotto mi guarda e mi fa “E’ tua quella pistola?”, dissi “Ma l’ho presa io”, dissi. “L’ho presa io”. “Chi c’è dentro?”, dico “Ci sono altri ragazzi”… allora entrò. Prima teneva la mano qui, pensando che chissà che c’è. E poi vide che eravamo tutti ragazzi e ci sequestrò questa rivoltella. Disse “Questa me la tengo io”. Erano partigiani naturalmente. L’avesse mai fatto di prenderci la rivoltella. Edoardo gli saltò addosso “No, quella è mia, quella è nostra”… botte da orbi. Lui lo scansava… anzi Edoardo ebbe un atto di coraggio e disse la verità “Perché mi padre è un fascista, te lo fa vedere lui!” Questo “Sì, si… me la fa vedere lui..”. E se se andò. Ma il fatto che l’avessi io presa questa rivoltella… mi portavano così, e io ci tenevo fra gli amici ad emergere.

In questo gruppo di amici di ebreo c’era solo lei?

Io

E come erano i rapporti?

Non c’era il problema allora. Una volta sola litigando con uno di questi amici… litigando si fece a cazzotti e lui sputò e disse “Ebreaccio”. E lì io capii… mi arrabbiai anche. Ma nient’altro insomma. Non era… lo stesso ragazzo che io poi ho ritrovato da grande mi… “No, non prendere la macchina, c’è l’ho io la macchina. Ti porto io da questo”, eccetera… quando tornavo. Non c’era problema. No… quando ci fu una retata alla palude di Fucecchio e presero un sacco di… anche di ebrei, da Firenze. Sai, Fucecchio era il paese di Montanelli. E allora siccome presero anche ebrei montecatinesi, che erano a Montecatini nascosti, mia nonna si impaurì, disse “Ora prendono anche te”. Di mia sorella non temeva perché era dalle suore, stava dalle suore Don Bosco, sì. E così mi rimediò… mi ricordo… il prete del mio mi ricordo che si chiamava monsignor Barni, mi fece una carta di identità fasulla. Ma io avevo undici anni, non mi rendevo conto. Mi ricordo mia nonna… mi fecero un biglietto ferroviario e il prete mi disse di andare vicino Pordenone dove c’era un altro prete che mi avrebbe aiutato. Io partii sbagliando treni. A Bologna ritornava in giù. Una guardia ferroviaria mi disse “Vieni qua che quello non è il treno giusto”, eccetera. E quando arrivai in questo paese quel prete non esisteva più da tanti anni. E poi ritornai a casa. Tornai a casa e incontrai gli americani, strada facendo. La 5a Armata, che poi è diventata la mia passione. Il fiore, qui c’aveva un trifoglio. Fifth Army. Io diventai una mascotte.

E li ha incontrati dove? A Montecatini?

No li ho incontrati prima. Prima. Poi tornai a Montecatini che era appena stata liberata. Perché da me c’era la Linea Gotica. Cannonate in continuazione. Una volta mi nascosi in un boschetto e lì c’erano sei cannoni che sparavano contro le montagne, io pensavo. Poi… sparavano ai tedeschi. Erano inglesi. E c’era un soldatino inglese, con una flemma inglese che andava a un focherello che aveva lì vicino, rompeva uova in una grande padella, tornava al cannone, metteva il proiettile, sparava, tornava alla padella, eccetera. Quando mi vide mi chiamò e mi dette… mi fece capire se volevo… ma io a momenti gliele mangiavo tutte queste uova, povera creatura. Stavo due giorni poi rimediavo un treno, una cosa… ma no treni, avevo paura. Mi piacevano da morire ma avevo paura di stare in treno. Chi me l’avesse detto , poi nella vita ne ho presi tanti di treni, tanti. E tornai.

E suo padre invece quando torna a casa?

Mio padre tornò a casa nel ’45 inoltrato. Perché si fermò… a Ruoti c’era il principe di turno che aveva un castello. Si chiamava principe Ruffo di Calabria. Ruffo di Sant’Antimo. Mio padre divenne l’interprete ufficiale del principe, perché lì c’era un passa passa di ufficiali inglesi, perché venivano su dallo sbarco. E in più diventò istitutore. Insegnava inglese alla principessina, che è venuta a trovarci tempo fa. Maria Lucia Ruffo. E lui le insegnava l’inglese. Era un professore di inglese, e altre lingue, splendido, mio padre. Tanti ragazzi che oggi parlano perfettamente delle lingue lo devono al modo di insegnare mio padre. Sì fermò e con gli 5 ufficiali vari arrivò… si fermò a Roma, e poi venne su e arrivò. Io mi ricordo quando tornò. Da anni non lo vedevo ma l’avevo sempre presente perché mia nonna non faceva altro che raccontare di papà, queste cose qui. E stavo accendendomi una cicca. Pensa te, ero terrorizzato. Io non fumavo davanti a mio padre neppure quando avevo vent’anni. Mi misi una cicchetta in bocca e in quel mentre vedo una jeep che si ferma proprio davanti a casa mia, con un ufficiale, eccetera. E vedo mio padre che scende. La prima cosa… non sapevo se inghiottire questa cicca o cosa… so che in qualche modo la spensi, la buttai vidi. E poi entrò mio padre, abbracci e baci. E pensai che… pensai… ero un bambino, oggi avrei pensato “ricominciamo la vita”. E invece non tutto andò secondo i progetti. Però mio padre trovò da lavorare perché fu subito a fare l’interprete in una falegnameria dove lavoravano prigionieri tedeschi. Hai capito. E questa era la vita. Si andava, si tornava… ho dimenticato la mia parta partigiana (ride). Avevo undici anni io. Andavo spesso alla ferrovia a vedere passare i treni… mi piaceva l’ambiente, a tutti i ragazzi amici miei ci piaceva. C’era i sassi, c’era tutte queste così qui. E un giorno si vide passare un gruppo di tedeschi che facevano delle buchette sotto il binario. Erano quattro o cinque, facevano questa buchetta, dopo di che riprendevano quella specie di trenino che si guidava con le mani… andavano avanti e arrivavano altri quattro o cinque, dopo un po’, e mettevano dinamite, la gelatina, in questa buca per far saltare il pezzo di binario. Il mio amico Alvaro, molto più grande di me e mio vicino di casa, mi chiamò e mi disse “Berzi”… anzi mi ricordo quando me lo disse aveva il manico della pistola, bianco, che gli usciva di qua. Mica mi dicevano “Siamo partigiani”, poi l’ho scoperto. “Berzi, vai lì e levagli tutto quello che hanno messo dentro. Te strappa…” Io ci prendevo gusto. Ci prendevo gusto io. Loro erano tutti della Garibaldi, mi pare, meno uno che mi piaceva tanto a me, era di Giustizia e Libertà. Cosa che poi ho approvato in pieno. E io prendevo questa dinamite e gliela passavo e gliela davo. Sicché quelli quando arrivavano dopo non trovavano più niente. Hai capito. Il secondo passaggio erano quelli che mettevano… e poi se ne andavano aspettando chissà chi. Il terzo non arrivava mai, arrivavo io e gliela levavo. E questo era… lo dovessi fare oggi non dico che avrei paura, ma certo prenderei tanta circospezione. Però Alvaro mi premiava per questi atti eroici. Perché lui aveva un orticello e si faceva sempre l’insalata. MI chiamava il pomeriggio e diceva “Se porti un po’ d’olio, ci si fa questa…”, mi ricordo questa insalata che io… la bevevo più che mangiarla. Ci si metteva dei pomodori, eccetera, io portavo, se ce l’avevo, un po’ d’olio da casa, si condiva e ci si mangiava questa lattuga fresca d’orto. Meravigliosa. Valla a fare oggi… oggi non c’è più la dinamite sotto i treni, ma non sono così sicuro. E comunque si va avanti. E poi… poi abbiamo fatto i conti degli scomparsi. Chi non era tornato dalla guerra di Grecia. “Spezzeremo le reni alla Grecia”. Poi chi non era tornato dall’Africa, qualcuno è tornato. Giovannino mi diceva sempre “Racconta quando sono tornato…”, “ Si – dico – non tornavi mai”. Si sparse la voce che Giovannino dal fronte greco era tornato dopo la guerra e stava venendo a casa da sua madre e i fratelli. Non arrivava mai. Intanto si fermarono due soldati americani a parlare con delle ragazze proprio sotto la casa di Giovannino. Finalmente spuntò Giovannino, con il fucile, 91, ciondolante… e … ma pensa, io ho pensato dopo, ma questi americani erano straordinari . Si cominciarono ad abbracciare, davano sigarette, davano… e io dico “Ma Giovannino… se tu gli voleva sparare, o puntare…”, “Ma non mi è venuto neanche in testa a me, – dice – di sparare. Non volevo sparare neanche ai greci”. Hai capito. Questa era la vita semplice di mentalità semplice, di gente… fondamentalmente buona. Buoni. Gli italiani erano buoni, in guerra e in pace. Tranne qualche caporione delinquente, ma questo…

Più di qualcuno…

Ecco, sono d’accordo con te. Più di qualcuno, sì. Però la… la ciurma, la ciurma era buona.

Quindi suo padre del confino non…

No. Si chiuse. Io ho provato tante volte a parlare con mio padre. Una volta mi venne a trovare qui a Roma e si dormì all’albergo Bella Napoli. In una camera in due. Lui ogni sera leggeva il giornale a letto. Non spiccicava una parola con me. Anzi io me la ricordo questa serata perché lui accese una sigaretta, leggendo il giornale, e io presi una sigaretta e me la accesi. E dissi “Qui mi ammazza”. Niente. No. Non disse niente, fece finta di non vedere. Eravamo a fianco a letto, no. Questa nazionale mi piacque moltissimo a me. E niente, visse… poi aprì un ufficio viaggi, che oggi va benissimo, ma lui non c’è più. Che lui è morto aveva sessant’anni, sessantuno. Io non ho visto il funerale perché ero a Roma, non avevo una lire e non potevo prendere il treno.

“Da dove e verso dove si dirige il mio cammino, così greve e così lento, senza fine né inizio? “

Simeon Samuel Frug

Ruoti, 7 Agosto 1940. Con decreto ministeriale, il territorio di Ruoti assolve alla funzione di campo d’internamento per gli ebrei stranieri fino all’8 settembre 1943.

Secondo le ricerche di Anna Pizzuti, autrice di un’indagine generale sull’internamento degli ebrei stranieri durante il periodo bellico, pubblicata on line nel sito www.annapizzuti.it, dove sono disponibili un database che contiene un elenco dettagliato degli internati, in continuo aggiornamento, e un’ampia sezione documentaria, nessuno degli ebrei stranieri presenti, nell’intero periodo in cui Ruoti fu località di internamento, fu deportato.

Consultando il database di Anna Pizzuti, risulta che nel territorio ruotese furono internati, per periodi più o meno lunghi, 8 ebrei stranieri, 4 uomini e 4 donne. Si tratta di due austriaci, due tedeschi, tre polacchi e una donna di cui non si conosce la nazionalità. Due sono i nuclei familiari composti solo da marito e moglie. In entrambi questi casi il percorso di internamento è simile. Gli uomini vengono internati nel 1940 nel campo di concentramento di Campagna mentre le donne, una direttamente a Ruoti e l’altra prima nel campo di Ferramonti e successivamente ad Avigliano. Verso la fine del 1942, in seguito evidentemente a richieste di ricongiungimento, tutte e due le coppie risultano presenti a Ruoti.

Nel database curato da Anna Pizzuti, non risulta invece l’internamento a Ruoti di Alessandro Baumann, ricordato invece dalla testimonianza del figlio Alberto. Di Baumann – ebreo ungherese che, fatto prigioniero dagli italiani durante la prima guerra mondiale decide di fermarsi a vivere in Italia alla fine del conflitto, sposa un’ebrea nata e cresciuta a Nizza ma figlia di livornesi e assieme si stabiliscono a Montecatini – Anna Pizzuti documenta invece l’internamento ad Avellino nel luglio del 1940.

Secondo le ricerche di Anna Pizzuti, dopo la liberazione, due nominativi – sono presenti a Fort Ontario, Oswego (New York) nel luglio 1944. Altre due presenze sono documentate alla fine del 1944: una a Potenza e l’altra a Ferramonti. Dei rimanenti tre nominativi non si hanno notizie successive al settembre del 1943. Dalla testimonianza di Alberto Baumann sappiamo che il padre Alessandro fece ritorno a Montecatini dopo la liberazione.

Pubblichiamo di seguito l’intervista integrale fatta dal ricercatore Andrea Giuseppini, il 28 febbraio 2012 a Roma, ad Alberto Baumann figlio di Alessandro Baumann che afferma l’internamento del padre presso Ruoti, dove svolse il ruolo d’interprete e istruttore d’inglese presso la famiglia del principe Ruffo.

Mio padre era un ufficiale ungherese, un cadetto era, che fu preso prigioniero dopo Caporetto, Prima Guerra Mondiale. Io ho delle fotografie di lui nella prigionia. Era un bel ragazzo… con i suoi colleghi, diciamo. Però aveva uno spirito girovago. Uno spirito da girovago aveva, tanto che a guerra finita, a liberazione dei prigionieri avvenuta, se ne guardò bene di tornare in Ungheria. Rimase in Italia, paese che lui… quando parlava dell’Italia si riempiva di luce. Diceva “Più bello paese del mondo”. E queste cose qui. Rimase in Italia, s’arrangiò, non so come, avrà fatto dei lavoretti. Rappresentanze aveva. Parlava molte lingue, e molto bene. Infatti scriveva sui giornali articoli di sfondo turistico perfetti. Io gli dicevo ogni tanto “Papà fammi vedere se c’è un errore…”. Sarei stato fiero io di trovare un errore, ma no non c’erano errori. Scriveva benissimo. Rimase in Italia e andò a Viareggio, non so come. Quando vide… questo è molto romantico naturalmente… vide una carrozza fermarsi e una signora con una signorina dalla gamba ingessata che non… dovevano scendere da questa carrozza e mio padre immediatamente, questo è tipico di quei tempi, la Belle Époque probabilmente, si precipitò ad aiutare questa ragazza a scendere dalla carrozza e poi diventò sua moglie. E cioè la mia mamma. Che era una ragazza nata e cresciuta a Nizza ma figlia di livornesi, di toscani. Mio nonno, suo padre, Piperno, era un livornese. Mia nonna era nata vicino a Arezzo. Faceva la maestra, ha fatto la crocerossina, tante cose. Questi erano i tempi così detti belli, degli anni ’30. Io sono nato nel ’33. Erano gli anni decenti, cioè mio padre aveva un lavoro a Montecatini, era direttore dell’Ufficio Propaganda, mi pare che fosse. Perché lui era portato alla pubblicità… allora. E poi vennero le leggi razziali del ’38.

Quindi lei è nato a Montecatini?

No, sono nato a Milano. Mi portarono… avevo due anni. Io credevo di essere stato portato a pochi mesi invece avevo due anni. Nel ’35 mi portarono a Montecatini. Che poi è diventato il mio paese… il mio paese, i 1 miei amici, la mia strada. E ho avuto un infanzia stradaiola, completamente stradaiola. Perché mio padre parti per il confino, per l’internamento. La mia mamma morì nel ’39. Quindi avevo sei anni. Io rimasi con il nonna e la nonna e mia sorella. Mio nonno – buffo, livornese, Piperno Alfredo – mi diceva “Vammi ad aprire il negozio”, negozio di stoffe… e io dicevo “Subito vado a aprire”. Cosa facevo: prendevo una tavola di due metri per un metro e mezzo e questo era il negozio. Ma lo chiamavano negozio. Andavo con mia sorella, trovavo in questa strada due “caprette” e ci si metteva la tavola sopra e poi aprendo una valigia, una cosa… la tovaglia, le cravatte, calzini, eccetera, e questo era. Ma quando mio nonno morì nel ’43, che io avevo dieci anni, si rimase due ragazzini, due bambini – mia sorella era del ’29 – con la nonna. Che poverina… già mia nonna fu felice… felice… fu sorpresa quando frugando nel portafoglio del nonno appena morto trovò 50 lire. E mia nonna che diceva “Ecco! Ce l’aveva 50 lire! Almeno il funerale ci si fa. Ce l’aveva”. Hai capito. Questa era l’organizzazione della famiglia. Il resto era miseria. Miseria. Leggi razziali, guerra. Amici della strada che partivano – i più grandi – per Grecia… chi tornava, chi non tornava… i più non tornavano. E poi arrivarono questi tedeschi.

Torniamo un attimo a suo padre. Ha detto che a un certo punto è stato mandato al confino. Che ricordi ha? Suo padre poi cosa le ha raccontato?

Mio padre non ha mai raccontato niente della sua vita. Niente. Era un uomo chiuso. Aveva probabilmente una doppia personalità perché fuori mi raccontavano che era spiritosissimo, faceva ridere tutti. In casa non parlava, e tanto meno con me. Anche perché lui si considerava vecchio, che io ero ancora un bambino. Perché io sono nato che lui aveva quarantadue, quarantatré. Niente, andò in questo campo di internamento. Che poi io quando ne parlai con Carlo Levi mi disse “Ma eravamo vicini con tuo padre”. Perché Levi era dalla parte di Potenza… sempre in Lucania. Mio padre era in un cucuzzolo di montagna, oggi chissà trasformato con alberghi… allora era un cucuzzolo e si chiama Ruoti, nella provincia di Potenza.

E venne mandato quando?

Io me lo devo ricordare, infatti sono conti che ho fatto. Le leggi razziali sono del… ma poi è interessante, scusa questa parentesi, mio padre… io non mi ricordo che fu preso come ebreo perché lui era apolide. Poi nel paese, allora Montecatini era una splendida cittadina ma pochi abitanti, si conoscevano tutti, evidentemente quest’uomo che veniva da un paese, sia pure alleato dell’Italia, l’Ungheria, ma si capiva che era ebreo, da tante cose… qualcuno avrà detto “Leviamolo di lì. Ruba il lavoro a un italiano”, che ne so io.. e lo portarono… lui diceva che… per esempio, vennero due poliziotti a prenderlo. Appena saliti sul treno gli levarono una catenella con le mani… così. E questo pensiero di mio padre che va via, un uomo gentile, mite, intelligente, colto. Lui giudicava un altro uomo a seconda dei libri che aveva letto. Quando lui diceva “Guarda quello non ha letto mai un libro in vita sua”, voleva dire che non c’era niente da fare. Hai capito. E non lo vedo con le mani chiuse, non faceva male a nessuno. Va bene, questo è successo a molta gente. E quindi il periodo della guerra ce lo facemmo mia nonna, la mia sorellina che era bambina, poco più grande di me, e io. Quando non c’erano più soldi, non c’era più niente, non c’erano mai stati soldi a casa mia, mia nonna non faceva altro che lavorare. Le facevano fare… un amico di famiglia, Marino… le faceva fare delle 2 tomaie per gli zoccoli. Allora le donne portavano sughero, e lei era bravissima a fare queste tomaie e guadagnava qualche cosa. E poi un giorno non ci fu più niente. Mi mandava… io pigliavo una bicicletta, me la prestava un amico, e andavo in una campagna vicina, che mi ricordo benissimo, e nella quale sono tornato non riconoscendo più niente perché è tutta ville, allora era un deserto, andavo con questa bicicletta dai contadini che conoscevamo e mi davano un po’ di farina gialla, mi davano un po’ di pannocchie e io sono cresciuto a polenta. E rape soprattutto, rape. Barbabietole, belle, bianche dentro. Questo era, come me anche altri ragazzi facevano questo.

Contatti con vostro padre? Vostro padre scriveva?

Mio padre smise di scrivere per un certo periodo perché c’era la censura. Una volta venne un soldato, di fanteria mi pare, si chiamava Egidio Fulvio, Fulvio Egidio con una coppia di padre enorme e disse “Lo manda il vostro papà. Lo manda il signor Alessandro” cose così. Questa coppia di pane fu la festa per non quanto tempo. Perché non si vedeva mai. Io stesso uscii con una grande fetta di questo pane e due signore, mi ricordo, si fermarono e una disse all’altra “Guarda quello, guarda quello!” Allora il pane era un tesoro, una preziosità. E arrivò questo soldato, portò questo… fu invitato a pranzo. Tutto tra virgolette… “a pranzo”. Mia nonna era un genio dell’arte culinaria. Dove diavolo tirava fuori… era stata un’albergatrice e dirigeva un grande albergo a Montecatini, l’Hotel de la Ville. Evidentemente aveva una fantasia perché poi ricavava da erba un pranzo, come le donne di Roma… faceva la cicoria, e tante cose. Era buono. Vabbè, questo me lo ricordo come un dono dal cielo. Poi cominciarono le giornate…

Lei aveva… del ’33, cinque anni

No sei, sette.. io ora parlo degli anni…

Ma nel ’38 l’anno delle leggi razziali.

Cinque anni avevo

Non andava ancora a scuola…

Non mi fecero entrare una mattina. Il mio maestro Gennai, che io ho amato molto perché ho studiato con lui, grande amico di mio nonno, disse “C’è questa legge… come faccio…“, disse “non glielo dire al…“, mi chiamavano Berzi a me. Berzi me lo mise mio padre, vuol dire Albertino in ungherese. Berzi. E tutti mi ricordano come Berzi, i miei amici mi chiamavano Berzi. Io stesso delle volte quando penso “Alberto” dico “Ma non è possibile”. “Allora non glielo dire in maniera che il bambino…”. Ma io ero un ragazzino sveglio, allora eravamo un’altra generazione. Ragazzi di strada figli di operai, quello figlio di tassista, quello figlio d’azzeccagarbugli, ci si arrangiava tutti, onestamente, più o meno. E poi che ti devo dire. La mia fortuna…

Quindi le viene detto di non andare più a scuola?

No, di… io non capivo bene. A scuola andavo però non mi sedevo sul banco, oppure mi sedevo e non facevo niente. I compiti li scrivevo ma non me li richiedevano mai. Perché questo maestro… pensa che ogni sabato, come era obbligo allora, arrivava in divisa di tenente della Milizia, Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, io so tutto di questo periodo. Mi aiutava… una volta mi disse “Senti, tu saresti degno di comandare – perché allora la scuola era… il plotone – di comandare il plotone, ma purtroppo non puoi farlo”. Mi ricordo questo… ci tenevo… un due, un due [scandisce le parole come in marcia militare] “Saresti te…”. Poi si diventò stradaioli nel senso che ognuno di noi usciva la mattina con un’ordinazione impellente della madre, della nonna, della zia “Non tornare a casa finché non porti qualcosa da mangiare!”

E dove lo cercavate?

Si andava… c’era un lazarett tedesco… per esempio al Gran Hotel la Pace c’era un ospedale, si andava aspettando che i malati che giravano nel parco, i meno malati, lasciassero qualcosa del loro pasto. Mi ricordo pezzi di pane tedesco con burro e marmellata, questo pane nero… golosamente si mangiava, se te lo davano. E poi si andava a fare castagne, cioè a rubare castagne sulle colline. E una volta ebbi il colpo fortunato della mia vita. Mi arrampicai su un camion tedesco, era estate mi ricordo, ed era sera, che era fermo in una colonna. Salii… c’era un piedistallo dietro al camion, salii in questo piedistallo, ero basso anche e non ce la facevo… con gli amici che mi aspettavano… perché Edoardo, il capo banda che aveva cinque anni più di me, mi disse “Berzi, guarda un po’ in quel camion cosa c’è e poi me lo dici”. Io non solo mi arrampicai e non guardai, misi una mano e cosa venne su? Una pistola tedesca di quelle nere che portavano… io credevo la machine pistol, no, era un mitra, era una mauser o qualcosa di simile… e c’era il tedesco che dormiva. Quindi io gliela sfilai di sotto e come la misi fuori Edoardo la vide “Dammela a me, dammela…” e si scappò. Questo fu l’inizio, perché poi si andò a provare questa pistola, non io, sempre Edoardo, era il capo! E legò quest’arma fra due tronchi d’albero e sparò a un pezzo di carta per vedere se la prendeva. Poi c’era il più grande ancora, Moreno, Moreno Vitelli… “No sparo io, sparo io…” Io ero ammirato da loro perché… e ammiravo loro… erano grandi, fumavano, cicche… e si andò a sparare.. andarono a sparare a questo… mi ricordo bene. Poi si andò dentro un capanno di cacciatori che era lì. A un certo momento guardo fuori dal capanno e mi vedo circondato da strani individui giovani senza divisa ma con armi, pallottole, rivoltelle, eccetera. E un bel giovanotto mi guarda e mi fa “E’ tua quella pistola?”, dissi “Ma l’ho presa io”, dissi. “L’ho presa io”. “Chi c’è dentro?”, dico “Ci sono altri ragazzi”… allora entrò. Prima teneva la mano qui, pensando che chissà che c’è. E poi vide che eravamo tutti ragazzi e ci sequestrò questa rivoltella. Disse “Questa me la tengo io”. Erano partigiani naturalmente. L’avesse mai fatto di prenderci la rivoltella. Edoardo gli saltò addosso “No, quella è mia, quella è nostra”… botte da orbi. Lui lo scansava… anzi Edoardo ebbe un atto di coraggio e disse la verità “Perché mi padre è un fascista, te lo fa vedere lui!” Questo “Sì, si… me la fa vedere lui..”. E se se andò. Ma il fatto che l’avessi io presa questa rivoltella… mi portavano così, e io ci tenevo fra gli amici ad emergere.

In questo gruppo di amici di ebreo c’era solo lei?

Io

E come erano i rapporti?

Non c’era il problema allora. Una volta sola litigando con uno di questi amici… litigando si fece a cazzotti e lui sputò e disse “Ebreaccio”. E lì io capii… mi arrabbiai anche. Ma nient’altro insomma. Non era… lo stesso ragazzo che io poi ho ritrovato da grande mi… “No, non prendere la macchina, c’è l’ho io la macchina. Ti porto io da questo”, eccetera… quando tornavo. Non c’era problema. No… quando ci fu una retata alla palude di Fucecchio e presero un sacco di… anche di ebrei, da Firenze. Sai, Fucecchio era il paese di Montanelli. E allora siccome presero anche ebrei montecatinesi, che erano a Montecatini nascosti, mia nonna si impaurì, disse “Ora prendono anche te”. Di mia sorella non temeva perché era dalle suore, stava dalle suore Don Bosco, sì. E così mi rimediò… mi ricordo… il prete del mio mi ricordo che si chiamava monsignor Barni, mi fece una carta di identità fasulla. Ma io avevo undici anni, non mi rendevo conto. Mi ricordo mia nonna… mi fecero un biglietto ferroviario e il prete mi disse di andare vicino Pordenone dove c’era un altro prete che mi avrebbe aiutato. Io partii sbagliando treni. A Bologna ritornava in giù. Una guardia ferroviaria mi disse “Vieni qua che quello non è il treno giusto”, eccetera. E quando arrivai in questo paese quel prete non esisteva più da tanti anni. E poi ritornai a casa. Tornai a casa e incontrai gli americani, strada facendo. La 5a Armata, che poi è diventata la mia passione. Il fiore, qui c’aveva un trifoglio. Fifth Army. Io diventai una mascotte.

E li ha incontrati dove? A Montecatini?

No li ho incontrati prima. Prima. Poi tornai a Montecatini che era appena stata liberata. Perché da me c’era la Linea Gotica. Cannonate in continuazione. Una volta mi nascosi in un boschetto e lì c’erano sei cannoni che sparavano contro le montagne, io pensavo. Poi… sparavano ai tedeschi. Erano inglesi. E c’era un soldatino inglese, con una flemma inglese che andava a un focherello che aveva lì vicino, rompeva uova in una grande padella, tornava al cannone, metteva il proiettile, sparava, tornava alla padella, eccetera. Quando mi vide mi chiamò e mi dette… mi fece capire se volevo… ma io a momenti gliele mangiavo tutte queste uova, povera creatura. Stavo due giorni poi rimediavo un treno, una cosa… ma no treni, avevo paura. Mi piacevano da morire ma avevo paura di stare in treno. Chi me l’avesse detto , poi nella vita ne ho presi tanti di treni, tanti. E tornai.

E suo padre invece quando torna a casa?

Mio padre tornò a casa nel ’45 inoltrato. Perché si fermò… a Ruoti c’era il principe di turno che aveva un castello. Si chiamava principe Ruffo di Calabria. Ruffo di Sant’Antimo. Mio padre divenne l’interprete ufficiale del principe, perché lì c’era un passa passa di ufficiali inglesi, perché venivano su dallo sbarco. E in più diventò istitutore. Insegnava inglese alla principessina, che è venuta a trovarci tempo fa. Maria Lucia Ruffo. E lui le insegnava l’inglese. Era un professore di inglese, e altre lingue, splendido, mio padre. Tanti ragazzi che oggi parlano perfettamente delle lingue lo devono al modo di insegnare mio padre. Sì fermò e con gli 5 ufficiali vari arrivò… si fermò a Roma, e poi venne su e arrivò. Io mi ricordo quando tornò. Da anni non lo vedevo ma l’avevo sempre presente perché mia nonna non faceva altro che raccontare di papà, queste cose qui. E stavo accendendomi una cicca. Pensa te, ero terrorizzato. Io non fumavo davanti a mio padre neppure quando avevo vent’anni. Mi misi una cicchetta in bocca e in quel mentre vedo una jeep che si ferma proprio davanti a casa mia, con un ufficiale, eccetera. E vedo mio padre che scende. La prima cosa… non sapevo se inghiottire questa cicca o cosa… so che in qualche modo la spensi, la buttai vidi. E poi entrò mio padre, abbracci e baci. E pensai che… pensai… ero un bambino, oggi avrei pensato “ricominciamo la vita”. E invece non tutto andò secondo i progetti. Però mio padre trovò da lavorare perché fu subito a fare l’interprete in una falegnameria dove lavoravano prigionieri tedeschi. Hai capito. E questa era la vita. Si andava, si tornava… ho dimenticato la mia parta partigiana (ride). Avevo undici anni io. Andavo spesso alla ferrovia a vedere passare i treni… mi piaceva l’ambiente, a tutti i ragazzi amici miei ci piaceva. C’era i sassi, c’era tutte queste così qui. E un giorno si vide passare un gruppo di tedeschi che facevano delle buchette sotto il binario. Erano quattro o cinque, facevano questa buchetta, dopo di che riprendevano quella specie di trenino che si guidava con le mani… andavano avanti e arrivavano altri quattro o cinque, dopo un po’, e mettevano dinamite, la gelatina, in questa buca per far saltare il pezzo di binario. Il mio amico Alvaro, molto più grande di me e mio vicino di casa, mi chiamò e mi disse “Berzi”… anzi mi ricordo quando me lo disse aveva il manico della pistola, bianco, che gli usciva di qua. Mica mi dicevano “Siamo partigiani”, poi l’ho scoperto. “Berzi, vai lì e levagli tutto quello che hanno messo dentro. Te strappa…” Io ci prendevo gusto. Ci prendevo gusto io. Loro erano tutti della Garibaldi, mi pare, meno uno che mi piaceva tanto a me, era di Giustizia e Libertà. Cosa che poi ho approvato in pieno. E io prendevo questa dinamite e gliela passavo e gliela davo. Sicché quelli quando arrivavano dopo non trovavano più niente. Hai capito. Il secondo passaggio erano quelli che mettevano… e poi se ne andavano aspettando chissà chi. Il terzo non arrivava mai, arrivavo io e gliela levavo. E questo era… lo dovessi fare oggi non dico che avrei paura, ma certo prenderei tanta circospezione. Però Alvaro mi premiava per questi atti eroici. Perché lui aveva un orticello e si faceva sempre l’insalata. MI chiamava il pomeriggio e diceva “Se porti un po’ d’olio, ci si fa questa…”, mi ricordo questa insalata che io… la bevevo più che mangiarla. Ci si metteva dei pomodori, eccetera, io portavo, se ce l’avevo, un po’ d’olio da casa, si condiva e ci si mangiava questa lattuga fresca d’orto. Meravigliosa. Valla a fare oggi… oggi non c’è più la dinamite sotto i treni, ma non sono così sicuro. E comunque si va avanti. E poi… poi abbiamo fatto i conti degli scomparsi. Chi non era tornato dalla guerra di Grecia. “Spezzeremo le reni alla Grecia”. Poi chi non era tornato dall’Africa, qualcuno è tornato. Giovannino mi diceva sempre “Racconta quando sono tornato…”, “ Si – dico – non tornavi mai”. Si sparse la voce che Giovannino dal fronte greco era tornato dopo la guerra e stava venendo a casa da sua madre e i fratelli. Non arrivava mai. Intanto si fermarono due soldati americani a parlare con delle ragazze proprio sotto la casa di Giovannino. Finalmente spuntò Giovannino, con il fucile, 91, ciondolante… e … ma pensa, io ho pensato dopo, ma questi americani erano straordinari . Si cominciarono ad abbracciare, davano sigarette, davano… e io dico “Ma Giovannino… se tu gli voleva sparare, o puntare…”, “Ma non mi è venuto neanche in testa a me, – dice – di sparare. Non volevo sparare neanche ai greci”. Hai capito. Questa era la vita semplice di mentalità semplice, di gente… fondamentalmente buona. Buoni. Gli italiani erano buoni, in guerra e in pace. Tranne qualche caporione delinquente, ma questo…

Più di qualcuno…

Ecco, sono d’accordo con te. Più di qualcuno, sì. Però la… la ciurma, la ciurma era buona.

Quindi suo padre del confino non…

No. Si chiuse. Io ho provato tante volte a parlare con mio padre. Una volta mi venne a trovare qui a Roma e si dormì all’albergo Bella Napoli. In una camera in due. Lui ogni sera leggeva il giornale a letto. Non spiccicava una parola con me. Anzi io me la ricordo questa serata perché lui accese una sigaretta, leggendo il giornale, e io presi una sigaretta e me la accesi. E dissi “Qui mi ammazza”. Niente. No. Non disse niente, fece finta di non vedere. Eravamo a fianco a letto, no. Questa nazionale mi piacque moltissimo a me. E niente, visse… poi aprì un ufficio viaggi, che oggi va benissimo, ma lui non c’è più. Che lui è morto aveva sessant’anni, sessantuno. Io non ho visto il funerale perché ero a Roma, non avevo una lire e non potevo prendere il treno.

1 COMMENTO

  1. Bravissima e complimenti ad Anna Pizzuti per le sue ricerche.👏🌺
    Per non dimenticare, bello ed emozionante il racconto di chi può testimoniare quei momenti.❤️

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