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lunedì, 26 Febbraio, 2024

Storici viaggiatori in Calabria tra ‘500 e ‘600: Gabriele Barrio, Girolamo Marafioti, Giovanni Fiore

Gli storici calabresi più accreditati del ‘500, il Barrio, Marafioti e il Fiore, non appartengono sicuramente al filone dei viaggiatori del cosiddetto Grand Tour. Però, pur trattandosi di persone residenti in regione, anch’essi hanno spaziato per l’intera Calabria onde ottenere le notizie che li interessavano. All’epoca gli spostamenti si saranno verificati particolarmente tra un convento e l’altro, infrastrutture nelle quali l’ospitalità a motivo del loro status di monaci era ovviamente assicurata. Ma le trattazioni, che ne sono conseguite, così come sono state concepite, purtroppo, non consentono di verificare un preciso itinerario.

Gabriele Barrio, prete secolare, entrato poi nell’ordine dei minimi e infine in quello dell’Ospedale di S. Spirito in Saxia de Urbe, nato verso il 1506 a Francica e deceduto dopo il 1577, ha vissuto abbastanza a Roma, dove frequentava la cerchia degli amici di un notissimo umanista conterraneo, il cardinale Guglielmo Sirleto, al tempo in auge nella sede del Papato, col quale era in buona familiarità e che avrà potuto essergli di aiuto con informazioni e consigli. Fervido studioso del passato della sua terra, pure ispirandosi a Flavio Biondo, si è reso tuttavia latore di novità perché, se dobbiamo prestargli fede, come afferma ed oggi chiaramente si evince da documenti, ha visitato personalmente i siti che espone o almeno la gran parte, operazione insino ad allora mai tentata da alcuno. Nel suo “De Antiquitate et situ Calabriae”, si offre di tutto, ma non è assente, è ovvio, la storia, spesso confusa con la favola. Comunque, anche se viziata da un esagerato campanilismo, che porta l’autore a magnificare la natura della Calabria quasi fosse il mitico Eden, presenta in un elegante latino interessanti dati su località e principali personaggi dalle stesse espressi. Uscito primamente nel 1571, si qualificava talmente zeppo di errori che il medesimo Barrio aveva in mente di emendarlo. Morto avanti di potervi provvedere, è stato esso riveduto e corretto da Tommaso Aceti e ristampato nel 1737. In aggiunta alle moderne riedizioni in reprint, è stato volto in lingua italiana da E. A. Mancusonel 1979 per le Edizioni Brenner di Cosenza.

Il Barrio, le cui peregrinazioni per il territorio calabrese sono note a principiare perlomeno dal 1564, tra le varie realtà della Piana si occupa con interesse di Palma. La ristrutturazione di questo centro, che appare già una cittadella correlata a un certo tipo di olio, sarà stata avviata di recente a causa dei danni arrecati dalle scorrerie turchesche. È chiaro a tal punto che la ricostruzione era di già avvenuta. A colpire in singolar guisa il noto personaggio sono stati il monte Sant’Elia “altissimo, a picco sul mare” con una grotta che aveva ospitato l’omonimo anacoreta e la pescosità del mare. Le reti, che vi si conservavano, si rivelavano utili a catturare tonni, pescispada, murene, orate, gronghi e altro, invero pescato di ottima qualità. Interessante peculiarità si offriva anche la raccolta del corallo. Essendo un corregionale, indubbiamente tanti particolari gli dovevano riuscire molto familiari.

Nella sua opera lo scrittore francicano, oltre a trattare di Palma, per quanto concerne i paesi della Piana di Gioia, parecchi dei quali si offrono di oscura interpretazione, è venuto a interessarsi anche di Rosarno nota per i poponi, i ceci e i fagiuoli, Cinquefrondi, Georgeto già Morgeto, Polistena, Gioia quasi Gemma, Seminara costruita con i resti di Tauriano, Drosi, Terranova antica cittadella, Martino, Radicina, Cortilado, Molochio, Castellaco, Varapodo con un mercato, Tresilio, Cristina, Oppido città e le altre edificazioni site in luogo alto.

Trascorre appena poco più di un ventennio dalla prima edizione del libro del Barrio ed ecco apparire nel 1595 “Croniche et antichità di Calabria”, portata a compimento dal francescano polistenese Girolamo Marafioti. Ancora un monaco, ma a quei tempi la cultura girava soprattutto concretamente per i conventi. Malauguratamente, in simile genere di pubblicazioni, pure se non è presente qualche dato nuovo, non si fa che ripercorrere luoghi comuni. Sappiamo che il Marafioti ha peregrinato di convento in convento, ma non si sarà sforzato eccessivamente nella ricerca sul posto. Perciò, le scarne cognizioni su Palmi riguardano sempre il Sant’Elia, un monte “imminente” sull’abitato con la grotta del solito romito, la tonnara e una serie di pesci, come gronghi, morene (murene), aurate (orate), sarpe (salpe), sarache (salacche), occhiate, luzzi, laguste (aragoste)e altri tipi a conoscenza di pescatori e abitanti di ogni ceto. Fantasiosa la notizia di un ipotetico tesoro ubicato nelle adiacenze, parimenti valutata dallo stesso[1].

Alla fine del secolo, nel 1595, Palma, come indicato,poteva denunziare la presenza di ben 617 fuochi, quindi tra i 2.468 e i 3.085 individui. Era segno manifesto della sua netta ripresa e davano man forte le attività lavorative della popolazione, tra le quali emergevano la coltivazione dell’olivo e la pesca. Non doveva mancare la seta se in un relevio del 1592 si configura una semina di lupini da depositare ai piedi dei gelsi, onde “ingrassare” il terreno. Ma anche il grano era coltivato nella Piana di Terranova. In un atto notarile del 1570 ci si avvede di un trasporto di frumento fino ad Amantea con la barca di un abitante proprio di Palmi, Francesco Piumbato (oggi il cognome ricorrente è Impiombato).

Tra gli altri paesi della Piana si snodano, frequentemente con indicazioni di particolarità magiche, Cosoleto «castello di picciola quantità, nelle cui vicinanze si trova una pietra, nella quale sta scolpita una vipera, o pur sempre (come si debba chiamare) per causa della quale, i pazzi del mondo sogliono nel convicino di colei far fosse per ritrovare monete»; S. Christina, dove si avvertono «lodatissimi boschi, atti à qual si voglia caccia, d’uccelli, e animali selvaggi: come capre, cervi porci selvaggi, istrici, ricci, volpi, lepori (lepri), e altri simili»; Oppido «dove per la bontà dell’acque abondano l’anguille e trutte (trote)»; Terranova, ch’è «stato sempre habitatione bellissima»; Seminara «degna di felice ricordo nelle historie»; S. Giorgio, Polistena paese di «molte antiche casate»; Cinquefrondi, con montagne nelle quali nascevano caratteristiche piante[2].

Non conosciamo quando il padre cappuccino Giovanni Fiore ha terminato la sua fatica di grande impegno, “Della Calabria Illustrata”. Deceduto egli nel 1683, essa è stata data alle stampe in differenti occasioni. Il primo volume è apparso nel 1691, il secondo nel 1743, mentre un terzo addirittura nel 1977. Quest’ultimo è stato pubblicato dalle Edizioni Frama’s di Chiaravalle Centrale a cura di Umberto Ferrari. Nel 2000 la Rubbettino di Soveria Mannelli ha riedito tutti e tre i tomi per merito di Ulderico Nisticò, che vi ha aggiunto un ipotetico quarto dato per scomparso intitolandolo “Il Fiore perduto”. É comprensibile ch’esso sia stato confezionato in modo autonomo. Premette infatti Nisticò: «cercheremo di ricavare dalle notizie dei tre Tomi quanto possa occorrerci a ricostruire quei Libri della Calabria Erudita e della Calabria Guerriera dei secoli passati, i suoi assetti territoriali, i suoi costumi, la sua religione, la sua economia, il suo quotidiano». È stato edito per iniziativa del Credito Cooperativo Centro Calabria di Cropani.

Anche il Fiore, come i suoi predecessori, non ha fatto che ricalcare le orme di chi ha girovagato prima di lui nelle medesime località. Quindi, ad abbondare sono i riferimenti al mondo greco-romano e i luoghi comuni e a farne le spese è, come di consueto, il Barrio con la pescosità del mare. Dal lavoro di quest’ultimo il frate nativo di Cropani ha riportato per intero il pezzo che interessa, naturalmente operando l’ovvia citazione. Egli, nondimeno, ha tenuto a fornire dati di stretta attualità. Riferiamo soltanto qualche caso. Palmi era ormai un’entità indipendente da Seminara e la sua vendita al marchese di Arena aveva recato molti frutti. Difatti, i nuovi feudatari “l’hanno accresciuto di popolo, e di prerogative; onde ogni giorno non la cederebbe a qualunque buona terra della provincia”. Non ha mancato, peraltro, di richiamare le grandi liti che hanno riguardato a proposito Seminara e il suo ex-casale e di sovente sono sfociate in lotte armate e conseguenziali eccidi. Strano, ma mentre si è dilungato a parlare delle tante feste che ricorrevano in Calabria, come quella in onore della Vergine Assunta in Seminara, in relazione ha ricordato perfino un “arco trionfale, machina maestosa”, che si soleva allestire per l’occasione, ha taciuto su quella di Palmi. Non era quest’ultima in auge?

A parte Palmi, la più interessante in senso paesaggistico, il Fiore ha trattato di tutti i centri abitati della Piana, quindi, tra tanti, di Cinquefrondi terra fortificata e dal clima delizioso, San Giorgio che vanta un’amena situazione, Polistina già magnifica ma di aria cattiva, Oppido sede vescovile non sufficientemente vetusta, Santa Cristina cara a importanti personaggi reali[3].


[1] Girolamo Marafioti, Croniche, et Antichità di Calabria, Padova, appresso Lorenzo Pasquati, ad instanza de gl’Uniti, 1601.

[2] Ivi. Sul Marafioti ved. Giovanni Russo, “Girolamo Marafioti teologo, storico e musico”, Centro Studi Polistenesi, Polistena 2012

[3] Giovanni Fiore, Della Calabria illustrata, Napoli l69l; Idem (a cura di Umberto Ferrari), vol. III, Chiaravalle C. l977; Idem, Della Calabria Illustrata, (a cura di U. Nisticò), Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.

Gli storici calabresi più accreditati del ‘500, il Barrio, Marafioti e il Fiore, non appartengono sicuramente al filone dei viaggiatori del cosiddetto Grand Tour. Però, pur trattandosi di persone residenti in regione, anch’essi hanno spaziato per l’intera Calabria onde ottenere le notizie che li interessavano. All’epoca gli spostamenti si saranno verificati particolarmente tra un convento e l’altro, infrastrutture nelle quali l’ospitalità a motivo del loro status di monaci era ovviamente assicurata. Ma le trattazioni, che ne sono conseguite, così come sono state concepite, purtroppo, non consentono di verificare un preciso itinerario.

Gabriele Barrio, prete secolare, entrato poi nell’ordine dei minimi e infine in quello dell’Ospedale di S. Spirito in Saxia de Urbe, nato verso il 1506 a Francica e deceduto dopo il 1577, ha vissuto abbastanza a Roma, dove frequentava la cerchia degli amici di un notissimo umanista conterraneo, il cardinale Guglielmo Sirleto, al tempo in auge nella sede del Papato, col quale era in buona familiarità e che avrà potuto essergli di aiuto con informazioni e consigli. Fervido studioso del passato della sua terra, pure ispirandosi a Flavio Biondo, si è reso tuttavia latore di novità perché, se dobbiamo prestargli fede, come afferma ed oggi chiaramente si evince da documenti, ha visitato personalmente i siti che espone o almeno la gran parte, operazione insino ad allora mai tentata da alcuno. Nel suo “De Antiquitate et situ Calabriae”, si offre di tutto, ma non è assente, è ovvio, la storia, spesso confusa con la favola. Comunque, anche se viziata da un esagerato campanilismo, che porta l’autore a magnificare la natura della Calabria quasi fosse il mitico Eden, presenta in un elegante latino interessanti dati su località e principali personaggi dalle stesse espressi. Uscito primamente nel 1571, si qualificava talmente zeppo di errori che il medesimo Barrio aveva in mente di emendarlo. Morto avanti di potervi provvedere, è stato esso riveduto e corretto da Tommaso Aceti e ristampato nel 1737. In aggiunta alle moderne riedizioni in reprint, è stato volto in lingua italiana da E. A. Mancusonel 1979 per le Edizioni Brenner di Cosenza.

Il Barrio, le cui peregrinazioni per il territorio calabrese sono note a principiare perlomeno dal 1564, tra le varie realtà della Piana si occupa con interesse di Palma. La ristrutturazione di questo centro, che appare già una cittadella correlata a un certo tipo di olio, sarà stata avviata di recente a causa dei danni arrecati dalle scorrerie turchesche. È chiaro a tal punto che la ricostruzione era di già avvenuta. A colpire in singolar guisa il noto personaggio sono stati il monte Sant’Elia “altissimo, a picco sul mare” con una grotta che aveva ospitato l’omonimo anacoreta e la pescosità del mare. Le reti, che vi si conservavano, si rivelavano utili a catturare tonni, pescispada, murene, orate, gronghi e altro, invero pescato di ottima qualità. Interessante peculiarità si offriva anche la raccolta del corallo. Essendo un corregionale, indubbiamente tanti particolari gli dovevano riuscire molto familiari.

Nella sua opera lo scrittore francicano, oltre a trattare di Palma, per quanto concerne i paesi della Piana di Gioia, parecchi dei quali si offrono di oscura interpretazione, è venuto a interessarsi anche di Rosarno nota per i poponi, i ceci e i fagiuoli, Cinquefrondi, Georgeto già Morgeto, Polistena, Gioia quasi Gemma, Seminara costruita con i resti di Tauriano, Drosi, Terranova antica cittadella, Martino, Radicina, Cortilado, Molochio, Castellaco, Varapodo con un mercato, Tresilio, Cristina, Oppido città e le altre edificazioni site in luogo alto.

Trascorre appena poco più di un ventennio dalla prima edizione del libro del Barrio ed ecco apparire nel 1595 “Croniche et antichità di Calabria”, portata a compimento dal francescano polistenese Girolamo Marafioti. Ancora un monaco, ma a quei tempi la cultura girava soprattutto concretamente per i conventi. Malauguratamente, in simile genere di pubblicazioni, pure se non è presente qualche dato nuovo, non si fa che ripercorrere luoghi comuni. Sappiamo che il Marafioti ha peregrinato di convento in convento, ma non si sarà sforzato eccessivamente nella ricerca sul posto. Perciò, le scarne cognizioni su Palmi riguardano sempre il Sant’Elia, un monte “imminente” sull’abitato con la grotta del solito romito, la tonnara e una serie di pesci, come gronghi, morene (murene), aurate (orate), sarpe (salpe), sarache (salacche), occhiate, luzzi, laguste (aragoste)e altri tipi a conoscenza di pescatori e abitanti di ogni ceto. Fantasiosa la notizia di un ipotetico tesoro ubicato nelle adiacenze, parimenti valutata dallo stesso[1].

Alla fine del secolo, nel 1595, Palma, come indicato,poteva denunziare la presenza di ben 617 fuochi, quindi tra i 2.468 e i 3.085 individui. Era segno manifesto della sua netta ripresa e davano man forte le attività lavorative della popolazione, tra le quali emergevano la coltivazione dell’olivo e la pesca. Non doveva mancare la seta se in un relevio del 1592 si configura una semina di lupini da depositare ai piedi dei gelsi, onde “ingrassare” il terreno. Ma anche il grano era coltivato nella Piana di Terranova. In un atto notarile del 1570 ci si avvede di un trasporto di frumento fino ad Amantea con la barca di un abitante proprio di Palmi, Francesco Piumbato (oggi il cognome ricorrente è Impiombato).

Tra gli altri paesi della Piana si snodano, frequentemente con indicazioni di particolarità magiche, Cosoleto «castello di picciola quantità, nelle cui vicinanze si trova una pietra, nella quale sta scolpita una vipera, o pur sempre (come si debba chiamare) per causa della quale, i pazzi del mondo sogliono nel convicino di colei far fosse per ritrovare monete»; S. Christina, dove si avvertono «lodatissimi boschi, atti à qual si voglia caccia, d’uccelli, e animali selvaggi: come capre, cervi porci selvaggi, istrici, ricci, volpi, lepori (lepri), e altri simili»; Oppido «dove per la bontà dell’acque abondano l’anguille e trutte (trote)»; Terranova, ch’è «stato sempre habitatione bellissima»; Seminara «degna di felice ricordo nelle historie»; S. Giorgio, Polistena paese di «molte antiche casate»; Cinquefrondi, con montagne nelle quali nascevano caratteristiche piante[2].

Non conosciamo quando il padre cappuccino Giovanni Fiore ha terminato la sua fatica di grande impegno, “Della Calabria Illustrata”. Deceduto egli nel 1683, essa è stata data alle stampe in differenti occasioni. Il primo volume è apparso nel 1691, il secondo nel 1743, mentre un terzo addirittura nel 1977. Quest’ultimo è stato pubblicato dalle Edizioni Frama’s di Chiaravalle Centrale a cura di Umberto Ferrari. Nel 2000 la Rubbettino di Soveria Mannelli ha riedito tutti e tre i tomi per merito di Ulderico Nisticò, che vi ha aggiunto un ipotetico quarto dato per scomparso intitolandolo “Il Fiore perduto”. É comprensibile ch’esso sia stato confezionato in modo autonomo. Premette infatti Nisticò: «cercheremo di ricavare dalle notizie dei tre Tomi quanto possa occorrerci a ricostruire quei Libri della Calabria Erudita e della Calabria Guerriera dei secoli passati, i suoi assetti territoriali, i suoi costumi, la sua religione, la sua economia, il suo quotidiano». È stato edito per iniziativa del Credito Cooperativo Centro Calabria di Cropani.

Anche il Fiore, come i suoi predecessori, non ha fatto che ricalcare le orme di chi ha girovagato prima di lui nelle medesime località. Quindi, ad abbondare sono i riferimenti al mondo greco-romano e i luoghi comuni e a farne le spese è, come di consueto, il Barrio con la pescosità del mare. Dal lavoro di quest’ultimo il frate nativo di Cropani ha riportato per intero il pezzo che interessa, naturalmente operando l’ovvia citazione. Egli, nondimeno, ha tenuto a fornire dati di stretta attualità. Riferiamo soltanto qualche caso. Palmi era ormai un’entità indipendente da Seminara e la sua vendita al marchese di Arena aveva recato molti frutti. Difatti, i nuovi feudatari “l’hanno accresciuto di popolo, e di prerogative; onde ogni giorno non la cederebbe a qualunque buona terra della provincia”. Non ha mancato, peraltro, di richiamare le grandi liti che hanno riguardato a proposito Seminara e il suo ex-casale e di sovente sono sfociate in lotte armate e conseguenziali eccidi. Strano, ma mentre si è dilungato a parlare delle tante feste che ricorrevano in Calabria, come quella in onore della Vergine Assunta in Seminara, in relazione ha ricordato perfino un “arco trionfale, machina maestosa”, che si soleva allestire per l’occasione, ha taciuto su quella di Palmi. Non era quest’ultima in auge?

A parte Palmi, la più interessante in senso paesaggistico, il Fiore ha trattato di tutti i centri abitati della Piana, quindi, tra tanti, di Cinquefrondi terra fortificata e dal clima delizioso, San Giorgio che vanta un’amena situazione, Polistina già magnifica ma di aria cattiva, Oppido sede vescovile non sufficientemente vetusta, Santa Cristina cara a importanti personaggi reali[3].


[1] Girolamo Marafioti, Croniche, et Antichità di Calabria, Padova, appresso Lorenzo Pasquati, ad instanza de gl’Uniti, 1601.

[2] Ivi. Sul Marafioti ved. Giovanni Russo, “Girolamo Marafioti teologo, storico e musico”, Centro Studi Polistenesi, Polistena 2012

[3] Giovanni Fiore, Della Calabria illustrata, Napoli l69l; Idem (a cura di Umberto Ferrari), vol. III, Chiaravalle C. l977; Idem, Della Calabria Illustrata, (a cura di U. Nisticò), Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.

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