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mercoledì, 8 Febbraio, 2023

Nicola De Carlo, il pioniere della fotografia in Ruoti

«I segni che il tempo ha marcato sulle foto di De Carlo, sembrano aver intaccato solo la lastra, l’immagine dietro rimane viva e imprendibile come se tra noi che guardiamo e loro, le persone fotografate, c’è soltanto una finestra a separarci».[1]

All’indirizzo 804 So. 9th. St di Philadelphia (USA) si trovava uno studio fotografico. Lo studio di «Nicola De Carlo e Figli. Art Studio».

Nicola De Carlo nasce a Ruoti il 30 settembre 1841 da Luigi e da Maria Giovanna Ricci. Nel 1865 sposa Vincenza Maria Mariano. Inizialmente viveva facendo il corriere come il padre, e nel frattempo, si dedicava anche alla sua grande passione: la fotografia. Nella sua lunga vita, quando ancora viveva a Ruoti, ricopre la carica di Sindaco e fonda la Banca Popolare Cooperativa di Ruoti, nella quale era Direttore Generale. Nel 1881 il socio della Banca fugge con il denaro, De Carlo si assume la responsabilità di restituire i capitali ai clienti e riprende allora a fare il fotografo spostandosi fino ad Avigliano, Picerno, Bella, Balvano, Savoia e Baragiano, finché poi, nel 1898 emigra in USA con il fratello. In un secondo momento, nel 1908, è raggiunto dal figlio Giuseppe e dal resto della famiglia. Prima di partire, Giuseppe De Carlo dona al nipote Domenico Mutalipassi un apparecchio fotografico con il quale vent’anni dopo, fotografa la gente del suo paese. Nicola De Carlo si stabilisce a New York e apre il suo studio fotografico, al n. 121 di Baxter Street, come si è potuto rintracciare dai timbri dietro le stampe, e , con ogni probabilità, lavorava con il figlio Giuseppe (nato il 13 febbraio 1873) poiché ormai aveva più di sessant’anni. Per farsi pubblicità esponevano le fotografie scattate a Ruoti, ma presto, a causa dei costi, si trasferiscono a Filadelfia. Qui l’attività si espande, e Nicola riesce a pagare tutti i debiti che aveva contratto con i clienti della Banca a Ruoti.

Le sue lastre e le sue stampe furono miracolosamente salvate tra le macerie di una casa a Ruoti abbattuta in seguito al terremoto del 1980, grazie ad un anziano signore, che letteralmente, salva dalla benna dell’escavatore circa un centinaio di fotografie dei De Carlo, delle quali la maggior parte è attribuibile a Nicola, morto nel 1913.[2]

Il fondo fotografico De Carlo è adesso in possesso del fotografo Ernesto Salinardi, si tratta di fotografie tutte databili tra il 1890 e il 1907, dove sul retro delle stampe ci sono le note di Gerardo Salinardi, e che sono state protagoniste di una mostra curata dall’Associazione Recupero Tradizioni Ruotesi nell’agosto del 2014.

C’è una caratteristica nelle immagini prodotte da Nicola De Carlo, che si potrebbe dire forse lucana ma che in generale ricorda la vita dei contadini, e sarebbe il contrasto tra l’accondiscendenza di eseguire le disposizioni del fotografo, e la spigolosità e durezza dell’ambiente in cui erano fotografati. La tenerezza nei loro sguardi opposta agli elementi del loro quotidiano che rimandano ad una vita dura e povera.[3]

La fotografia per i contadini di fine secolo era strumento di conservazione della memoria dei propri cari, quindi quell’unica immagine aveva lo scopo di concentrare l’intera esistenza. Ciò spiega la sacralità della foto, per cui i soggetti indossano gli abiti migliori e non sorridono quasi mai, perché la fotografia non deve esprimere i sentimenti di quel momento, ma essere sempre valida, eterna. Infatti, spesso accadeva che se un familiare moriva prima di aver lasciato un ricordo fotografico di sé, bisognava chiamare subito il fotografo, come testimoniano alcune immagini fotografate da De Carlo.

I fotografi di paese come Nicola, che andavano in giro per le campagne, avevano anche la funzione di comunicare e diffondere le notizie, sono stati infatti, «protagonisti di un inconsapevole lavoro di acculturazione, facendo quindi da intermediari tra le culture favorendo o contrastando l’acquisizione di tratti culturali provenienti dall’esterno».[4] Per questo motivo la storia della fotografia e dei fotografi, ha in sé aspetti antropologici, perché sono depositi di informazioni circa la vita quotidiana, i costumi e le tradizioni della gente, per questo gli archivi dei fotografi di paese andrebbero non solo salvati ma anche tutelati.

A questo proposito, l’Associazione Recupero Tradizioni Ruotesi ha in programma un Convegno, nel quale sarà presentato il libro postumo dell’indimenticato giornalista Rocco Brancati, proprio sulla vita di Nicola De Carlo, il pioniere della fotografia in Ruoti.


[1] ASPETTI ANTROPOLOGICI NELLE IMMAGINI DI NICOLA DE CARLO PIONIERE DELLA FOTOGRAFIA IN RUOTI, di Francesco Marano, Vol. 60, No. 4 (Ottobre-Dicembre 1994), pp. 563-575 (17 pagine). Pubblicato da Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l

[2] Nicola De Carlo e Luigi Mutalipassi fotografi in Ruoti 1880-1960. Pubblicazione a cura dell’Associazione Recupero Tradizioni Ruotesi.

[3] ASPETTI ANTROPOLOGICI NELLE IMMAGINI DI NICOLA DE CARLO PIONIERE DELLA FOTOGRAFIA IN RUOTI, di Francesco Marano, Vol. 60, No. 4 (Ottobre-Dicembre 1994), pp. 563-575 (17 pagine). Pubblicato da  Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l

[4] Ibidem.

«I segni che il tempo ha marcato sulle foto di De Carlo, sembrano aver intaccato solo la lastra, l’immagine dietro rimane viva e imprendibile come se tra noi che guardiamo e loro, le persone fotografate, c’è soltanto una finestra a separarci».[1]

All’indirizzo 804 So. 9th. St di Philadelphia (USA) si trovava uno studio fotografico. Lo studio di «Nicola De Carlo e Figli. Art Studio».

Nicola De Carlo nasce a Ruoti il 30 settembre 1841 da Luigi e da Maria Giovanna Ricci. Nel 1865 sposa Vincenza Maria Mariano. Inizialmente viveva facendo il corriere come il padre, e nel frattempo, si dedicava anche alla sua grande passione: la fotografia. Nella sua lunga vita, quando ancora viveva a Ruoti, ricopre la carica di Sindaco e fonda la Banca Popolare Cooperativa di Ruoti, nella quale era Direttore Generale. Nel 1881 il socio della Banca fugge con il denaro, De Carlo si assume la responsabilità di restituire i capitali ai clienti e riprende allora a fare il fotografo spostandosi fino ad Avigliano, Picerno, Bella, Balvano, Savoia e Baragiano, finché poi, nel 1898 emigra in USA con il fratello. In un secondo momento, nel 1908, è raggiunto dal figlio Giuseppe e dal resto della famiglia. Prima di partire, Giuseppe De Carlo dona al nipote Domenico Mutalipassi un apparecchio fotografico con il quale vent’anni dopo, fotografa la gente del suo paese. Nicola De Carlo si stabilisce a New York e apre il suo studio fotografico, al n. 121 di Baxter Street, come si è potuto rintracciare dai timbri dietro le stampe, e , con ogni probabilità, lavorava con il figlio Giuseppe (nato il 13 febbraio 1873) poiché ormai aveva più di sessant’anni. Per farsi pubblicità esponevano le fotografie scattate a Ruoti, ma presto, a causa dei costi, si trasferiscono a Filadelfia. Qui l’attività si espande, e Nicola riesce a pagare tutti i debiti che aveva contratto con i clienti della Banca a Ruoti.

Le sue lastre e le sue stampe furono miracolosamente salvate tra le macerie di una casa a Ruoti abbattuta in seguito al terremoto del 1980, grazie ad un anziano signore, che letteralmente, salva dalla benna dell’escavatore circa un centinaio di fotografie dei De Carlo, delle quali la maggior parte è attribuibile a Nicola, morto nel 1913.[2]

Il fondo fotografico De Carlo è adesso in possesso del fotografo Ernesto Salinardi, si tratta di fotografie tutte databili tra il 1890 e il 1907, dove sul retro delle stampe ci sono le note di Gerardo Salinardi, e che sono state protagoniste di una mostra curata dall’Associazione Recupero Tradizioni Ruotesi nell’agosto del 2014.

C’è una caratteristica nelle immagini prodotte da Nicola De Carlo, che si potrebbe dire forse lucana ma che in generale ricorda la vita dei contadini, e sarebbe il contrasto tra l’accondiscendenza di eseguire le disposizioni del fotografo, e la spigolosità e durezza dell’ambiente in cui erano fotografati. La tenerezza nei loro sguardi opposta agli elementi del loro quotidiano che rimandano ad una vita dura e povera.[3]

La fotografia per i contadini di fine secolo era strumento di conservazione della memoria dei propri cari, quindi quell’unica immagine aveva lo scopo di concentrare l’intera esistenza. Ciò spiega la sacralità della foto, per cui i soggetti indossano gli abiti migliori e non sorridono quasi mai, perché la fotografia non deve esprimere i sentimenti di quel momento, ma essere sempre valida, eterna. Infatti, spesso accadeva che se un familiare moriva prima di aver lasciato un ricordo fotografico di sé, bisognava chiamare subito il fotografo, come testimoniano alcune immagini fotografate da De Carlo.

I fotografi di paese come Nicola, che andavano in giro per le campagne, avevano anche la funzione di comunicare e diffondere le notizie, sono stati infatti, «protagonisti di un inconsapevole lavoro di acculturazione, facendo quindi da intermediari tra le culture favorendo o contrastando l’acquisizione di tratti culturali provenienti dall’esterno».[4] Per questo motivo la storia della fotografia e dei fotografi, ha in sé aspetti antropologici, perché sono depositi di informazioni circa la vita quotidiana, i costumi e le tradizioni della gente, per questo gli archivi dei fotografi di paese andrebbero non solo salvati ma anche tutelati.

A questo proposito, l’Associazione Recupero Tradizioni Ruotesi ha in programma un Convegno, nel quale sarà presentato il libro postumo dell’indimenticato giornalista Rocco Brancati, proprio sulla vita di Nicola De Carlo, il pioniere della fotografia in Ruoti.


[1] ASPETTI ANTROPOLOGICI NELLE IMMAGINI DI NICOLA DE CARLO PIONIERE DELLA FOTOGRAFIA IN RUOTI, di Francesco Marano, Vol. 60, No. 4 (Ottobre-Dicembre 1994), pp. 563-575 (17 pagine). Pubblicato da Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l

[2] Nicola De Carlo e Luigi Mutalipassi fotografi in Ruoti 1880-1960. Pubblicazione a cura dell’Associazione Recupero Tradizioni Ruotesi.

[3] ASPETTI ANTROPOLOGICI NELLE IMMAGINI DI NICOLA DE CARLO PIONIERE DELLA FOTOGRAFIA IN RUOTI, di Francesco Marano, Vol. 60, No. 4 (Ottobre-Dicembre 1994), pp. 563-575 (17 pagine). Pubblicato da  Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l

[4] Ibidem.

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