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venerdì, 21 Giugno, 2024

Il surrealismo figurativo intimale: quando l’onirico trascende la realtà. Intervista a Luigi Sinisgalli

«L’arte è coscienza di sé, pura, astratta autocoscienza che si dialettizza bensì (altrimenti non potrebbe realizzarsi) ma in se stessa, e astraendo dall’antitesi in cui si è realizzata; e quindi chiudendosi in un ideale, che è sogno. Un’opera d’arte esprime sì anch’essa un mondo, ma un mondo che è il mondo dell’artista; il quale, quando dall’arte torna alla vita, sente di passare ad una realtà diversa da quella della sua fantasia. La vita vagheggiata del poeta è una vita il cui valore consiste appunto nel non inserirsi nella vita a cui mira l’uomo pratico,… nel non potersi inserire, perché essa è libera creazione del soggetto che si stacca dal reale, in cui il soggetto stesso si è realizzato e quasi incatenato, e si pone nella sua astratta immediata soggettività. La materia dell’arte vale … in ragione della vita che essa prende nell’animo del poeta. Il quale non rappresenta la materia stessa, ma la vita del proprio animo, il proprio sentimento, come si dice: ossia l’Io nella sua immediata posizione soggettiva. […] L’arte è esaltazione del soggetto, sottratto ai vincoli del reale, in cui il soggetto positivamente si pone, e la religione è l’esaltazione dell’oggetto, sottratto ai vincoli dello spirito, in cui consiste l’idealità, la conoscibilità e razionalità dell’oggetto stesso. L’oggetto, nella sua astratta opposizione al conoscere, è il reale che dalla realtà esclude appunto il conoscere: e che è perciò eo ipso inconoscibile».

Nella definizione di Giovanni Gentile, l’arte è tutto e quindi nulla perché oltre ad essere pura soggettività, è anche pura oggettività. Oggettività negli elementi rappresentati, ma, soggettività in chi guarda; il surrealismo poi, fa del sogno il mezzo con cui rivelare gli aspetti più profondi della psiche sconfinando la realtà ed è la conciliazione di questa immediata opposizione che si risolve la realtà e l’autocoscienza.

È in questo scenario che s’inserisce Luigi Sinisgalli. Ruotese, la sua è una pittura definita surrealista figurativa intimale: affida al pennello il compito di esprimere le inquietudini, le riflessioni più profonde dell’essere umano in opere che contengono elementi onirici che fuggono la quotidianità per molti versi scontata.

Persona estremamente riservata, Luigi accetta di incontrarmi. Mi accoglie con un sorriso, nel suo studio: al centro il cavalletto con una tela e in un angolo alcune delle sue opere. Incuriosita, chiedo subito a cosa sta lavorando:

È un Pacha mama, la questione ambientale è un tema che mi sta molto a cuore.

Si tratta di uno schizzo, pensavo dipingessi di getto.

Alcune figure, in particolare per quelle umane, si vanno a studiare l’anatomia del corpo perché in base alla posizione assunta cambia il muscolo, la sua forma e il suo aspetto. Disegno pressapoco il corpo umano, poi tutto il resto viene di getto.

Perché il fondo della tela è nero?

Si tratta della campitura, tutti i colori hanno una propria trasparenza quindi quando il colore di campitura è scuro, nel mio caso nero, i colori sopra risultano più brillanti, più forti. Quello è il senso della campitura, anticamente si faceva il verdaccio che era un verde vescica, per dirti che già allora si usavano queste tecniche per dare più o meno intensità ai colori.

Come nasce una tua opera? Cosa ti ispira?

Bisogna fare una distinzione: i volti che tu vedi in queste tele, sono delle tecniche pittoriche. Non sono fatte con il pennello ma con spatolette di acciaio. È più uno studio di tecnica pittorica, è molto difficoltoso, ci vuole tanto materiale, tempo … Le altre cose che faccio invece sono di denuncia, esprimo quello che non riesco a dire con le parole.

I tuoi quadri colpiscono anche per l’accostamento dei colori. Come scegli quelli da usare?

Anche in questo caso la scelta è il frutto di prove, è uno studio della tecnica pittorica. Prendiamo ad esempio gli occhi azzurri di quel quadro: l’azzurro come il verde sono colori che risaltano di più, e, trattandosi di volti sono gli occhi, la parte più espressiva.

C’è anche un’altra cosa da dire, nel mio caso bisogna anche che io guardi dal punto di vista commerciale. Se dipingo un Pacha mama con il sangue che gronda non è molto vendibile, è bello da vedere, ti fa pensare, ti fa riflettere … ma se dovessi appenderlo in casa, allora sussiste un problema. Quindi dal punto di vista commerciale cosa piace? Il volto, gli occhi azzurri? Aggiungo i fiori perché piacciono, le farfalle e via dicendo. – Insomma devi misurarti anche con questi fattori, non è semplice –Sì, se hai bisogno di questo lavoro per portare un pezzo di pane in più a casa. Se tu ami il surrealismo come io, amo, devi aggiungere qualche particolare che sia allettante per i compratori, che riesca ad avvicinarli di più a questa corrente artistica che è particolare, il surrealismo figurativo ancora di più.

Il surrealismo si basa proprio sulla follia e il sogno per esprimere il subconscio. Per te è più follia o sogno?

Sicuramente più sogno, c’è tanto di onirico ma anche sogno inteso come «quello che vorrei», ne ho fatto anche un quadro “Il mondo che vorrei”. Un mondo ipotetico, immaginario che vorresti fosse così, ma tutto è velato da sentimenti di delusione, nostalgia, perché la realtà non è all’altezza dei nostri sogni; è anche vero però che l’essere umano è incontentabile.

Che cosa provi mentre dipingi?

Dipende molto dal soggetto, come ti dicevo, bisogna dividere i quadri che sono studio di tecnica pittorica da quelli che sono “sfogo”. Ora sto lavorando al Pacha mama e man mano che vado avanti, penso al perché sono arrabbiato? Perché noi esseri umani stiamo distruggendo la terra? Come faccio a rappresentare questo? Allora penso che possa inserire i quattro elementi ecc, è una riflessione costante. – Quando l’opera è compiuta, ti senti liberato, sollevato?- No, quando l’opera è finita, passo le notti a guardare quello che potevo migliorare, se vanno bene gli accostamenti dei colori. In generale nelle mie opere ci sono sempre dei riferimenti alla natura, la mia denuncia è soprattutto verso questo tema e quindi c’è sempre un tocco di tristezza perché stiamo facendo passi da gigante verso la sua distruzione.

Hai preso parte a numerose esposizioni, ma nel tuo paese natio, Ruoti, l’occasione si è presentata quest’anno con l’iniziativa Ruoti in mostra.

A dirti la verità ero un po’ restio a prendere parte a questa iniziativa, perché in altri tempi poco sospetti mi sono un po’ arrabbiato non verso i cittadini ma nei confronti dell’amministrazione ruotese, perché le cose vanno organizzate in un certo modo. Questa volta prima di dare la mia disponibilità ho voluto assicurarmi e, ho allestito io stesso lo spazio che mi avevano assegnato.  

Quando hai cominciato a percepire te stesso come artista?

Tocchi un tasto dolente. Molto spesso queste cose escono in momenti di emozioni forti: perché o stai troppo male, oppure stai troppo bene, allora cominci a scrivere, a disegnare etc. A me è successo proprio così, nei momenti in cui sono rimasto chiuso a casa perché non stavo affatto bene, la pittura e il disegno mi hanno aiutato. Effettivamente poi la cosa era rimasta lì, ma un giorno il professore Vincenzo Claps venne a casa perché amico di mia sorella, vide i miei disegni e mi fece fare la mia prima mostra ad Avigliano. In quell’occasione ho venduto due quadri e, in quel periodo che non riuscivo neanche ad andare al lavorare, (di lì a poco persi il lavoro, persi tutto) vidi nella pittura sia una fonte di sfogo sia una fonte di guadagno e, per diversi anni finché non arrivasse la crisi, con la pittura non si stava male, si riusciva a vivere benino.

Quali sono i riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato?

I miei maestri virtuali sono stati Dalì e Magritte perché mi hanno fatto capire che si potevano fare delle denunce, si potevano dire alcune cose con la pittura attraverso la loro visionarietà. Mi sono sempre posto il problema di come poter dire alle persone quello che penso, se con le parole non riesco bene, ecco che essere visionario come loro mi ha aiutato tantissimo. – Sei sempre stato un surrealista o lo sei diventato?- Ho sempre dipinto in questo modo, ho un quadro qui nel corridoio, fatto con una tecnica d’inchiostro acquerellato (sono stato prima un acquerellista, poi china acquerellata, poi tempera acrilica e infine olio) ed è particolare perché si chiama “Ansia”, venne un’amica e mi disse: «toh! Guarda, ti piace Escher!». Io non sapevo nemmeno chi fosse, andai a comprare dei libri e scoprii che facevo le stesse cose di Escher! Non al suo stesso livello chiaramente, ma avevo prodotto qualcosa che lui aveva già immaginato tempo prima. Per dirti, che è nato dentro di me questo mio modo di sfogarmi senza conoscere nulla del surrealismo! Poi da Escher, ho conosciuto Dalì e Magritte che mi hanno portato ad esprimermi come mi conosci oggi. Sono un autodidatta, perciò lo studio è continuo, anche se facevo riferimento ad Antonio Lettieri che mi ha dato tanti consigli ogni qualvolta, gli portavo un quadro da incorniciare.

Ti capita di dipingere su commissione e in quel caso come riesci a starci dentro?

Sì, ed è sempre una bella sfida! Dipende molto dal tema proposto, ultimamente ho partecipato ad una mostra a Matera con l’ A.R.A (associazione regionale allevatori) il cui tema era la ruralità, quindi si poteva spaziare molto. Due anni fa invece mi hanno chiesto di partecipare ad una mostra a Battipaglia, basata sulle canzoni. Avevo scelto la canzone di Jovanotti “Viva la libertà” che dà il titolo anche all’opera, perché mi piaceva sia la tematica sia il video, difatti tutti gli animali che compaiono sono rappresentati, la gabbia è aperta, la finestra è aperta, gli animali son fuori anche se su una scacchiera che simboleggia il gioco della vita. Però ho anche una tela vuota lì dietro, da tre – quattro mesi … una coppia di amici mi ha chiesto di rappresentarli!

Nel 2019 ha ancora senso dipingere, alla luce di tutte le tecnologie?

È vero che con l’avvento dei computer si è creato un altro filone artistico che è l’arte digitale, ma personalmente ho bisogno di dipingere, di sentire l’odore, molto spesso uso le mani per creare le ombre, le sfumature, toccare i materiali … sono cose completamente diverse. La pittura è sperimentazione, ricerca, confronto.

Si compra l’opera o piuttosto l’artista?

Direi l’artista, è sempre difficile staccarsi da un’opera, perché c’è un pezzo di me stesso, un traguardo che ho raggiunto, una prova superata. Vendere è sempre doloroso è come se venissi amputato! Anni fa avevo realizzato un quadro che piaceva tantissimo a una persona, ma in quel quadro c’ero proprio io e non lo volevo vendere. Allora alzai un po’ il prezzo nella speranza che il compratore desistesse e, infatti, mi chiese se era possibile fare una copia. Feci questa copia ma alla fine ha comprato l’originale, posso vederlo quando voglio, se mi serve per una mostra, lo posso prendere. Ma preferisco non vederlo più.

Ogni artista ha la sua firma, la tua qual è?

Nei miei quadri ripercorre spesso il tema degli ingranaggi inteso come la macchinazione della mente, il pensiero continuo; cerco sempre di inserire il paesello o una casetta e poi la scacchiera. – La casetta rappresenta la famiglia, la tua sicurezza?- Sì, è più una pseudo sicurezza. Nel periodo in cui non stavo bene, decisi di trasferirmi pensando che il problema fosse altrove, ma portai con me qualcosa che mi ricordasse la mia casa, per sentirmi più tranquillo. Da allora nei miei quadri c’è sempre la casa intesa come il mio luogo sicuro.

Qual è il rapporto tra artisti, galleristi e Istituzioni?

Per un gallerista il quadro non deve essere bello, deve essere vendibile. Chiaramente il gallerista è anche bravo a capire se l’artista è valido o meno, ma comunque il suo criterio principale è la vendibilità, quindi non sempre la volontà dell’artista combacia con quella del gallerista. Quando invece si vuole istituzionalizzare una mostra, allora s’intende far emergere un artista che sia pittore, fotografo, scrittore, ecc. È più una vetrina ma anche una scuola per coloro che non conoscono l’arte, oppure per chi già conosce e sono interessati all’arte. È una crescita culturale, si tratta di voler dare cultura alle persone ma è anche una crescita personale fatta di confronto con gli altri artisti in mostra.

Quali sono gli artisti tuoi contemporanei che stimi in particolar modo?

Ce ne sono tanti perché ognuno di noi ha il proprio genere pittorico e ognuno di noi ha fatto un proprio percorso che è interessante. Posso spaziare da Franco Corvisiero che è stato l’inventore di una tecnica pittorica che è quella che sto cercando di approcciare io cambiandola con il volume quindi dando spessore ai quadri. Lui usava il bitume e una tecnica che invece di mettere colore, prima mette tutto e poi toglie con uno straccio dando queste sfumature particolari ai quadri. Il mio carissimo amico Massimo Chianese lui usa una tecnica che molti dicono di non appartenere all’arte perché usa l’aerografo, fa delle cose spettacolari, si accosta molto all’iperrealismo. Poi c’è Oklit, che conosco da tanto tempo, quando ancora non era Oklit ma Giuseppe Olita, ammiro la sua fantasia e sfrontatezza. C’è sempre da imparare da tutti, anche solo per discostarsi!

«L’arte è coscienza di sé, pura, astratta autocoscienza che si dialettizza bensì (altrimenti non potrebbe realizzarsi) ma in se stessa, e astraendo dall’antitesi in cui si è realizzata; e quindi chiudendosi in un ideale, che è sogno. Un’opera d’arte esprime sì anch’essa un mondo, ma un mondo che è il mondo dell’artista; il quale, quando dall’arte torna alla vita, sente di passare ad una realtà diversa da quella della sua fantasia. La vita vagheggiata del poeta è una vita il cui valore consiste appunto nel non inserirsi nella vita a cui mira l’uomo pratico,… nel non potersi inserire, perché essa è libera creazione del soggetto che si stacca dal reale, in cui il soggetto stesso si è realizzato e quasi incatenato, e si pone nella sua astratta immediata soggettività. La materia dell’arte vale … in ragione della vita che essa prende nell’animo del poeta. Il quale non rappresenta la materia stessa, ma la vita del proprio animo, il proprio sentimento, come si dice: ossia l’Io nella sua immediata posizione soggettiva. […] L’arte è esaltazione del soggetto, sottratto ai vincoli del reale, in cui il soggetto positivamente si pone, e la religione è l’esaltazione dell’oggetto, sottratto ai vincoli dello spirito, in cui consiste l’idealità, la conoscibilità e razionalità dell’oggetto stesso. L’oggetto, nella sua astratta opposizione al conoscere, è il reale che dalla realtà esclude appunto il conoscere: e che è perciò eo ipso inconoscibile».

Nella definizione di Giovanni Gentile, l’arte è tutto e quindi nulla perché oltre ad essere pura soggettività, è anche pura oggettività. Oggettività negli elementi rappresentati, ma, soggettività in chi guarda; il surrealismo poi, fa del sogno il mezzo con cui rivelare gli aspetti più profondi della psiche sconfinando la realtà ed è la conciliazione di questa immediata opposizione che si risolve la realtà e l’autocoscienza.

È in questo scenario che s’inserisce Luigi Sinisgalli. Ruotese, la sua è una pittura definita surrealista figurativa intimale: affida al pennello il compito di esprimere le inquietudini, le riflessioni più profonde dell’essere umano in opere che contengono elementi onirici che fuggono la quotidianità per molti versi scontata.

Persona estremamente riservata, Luigi accetta di incontrarmi. Mi accoglie con un sorriso, nel suo studio: al centro il cavalletto con una tela e in un angolo alcune delle sue opere. Incuriosita, chiedo subito a cosa sta lavorando:

È un Pacha mama, la questione ambientale è un tema che mi sta molto a cuore.

Si tratta di uno schizzo, pensavo dipingessi di getto.

Alcune figure, in particolare per quelle umane, si vanno a studiare l’anatomia del corpo perché in base alla posizione assunta cambia il muscolo, la sua forma e il suo aspetto. Disegno pressapoco il corpo umano, poi tutto il resto viene di getto.

Perché il fondo della tela è nero?

Si tratta della campitura, tutti i colori hanno una propria trasparenza quindi quando il colore di campitura è scuro, nel mio caso nero, i colori sopra risultano più brillanti, più forti. Quello è il senso della campitura, anticamente si faceva il verdaccio che era un verde vescica, per dirti che già allora si usavano queste tecniche per dare più o meno intensità ai colori.

Come nasce una tua opera? Cosa ti ispira?

Bisogna fare una distinzione: i volti che tu vedi in queste tele, sono delle tecniche pittoriche. Non sono fatte con il pennello ma con spatolette di acciaio. È più uno studio di tecnica pittorica, è molto difficoltoso, ci vuole tanto materiale, tempo … Le altre cose che faccio invece sono di denuncia, esprimo quello che non riesco a dire con le parole.

I tuoi quadri colpiscono anche per l’accostamento dei colori. Come scegli quelli da usare?

Anche in questo caso la scelta è il frutto di prove, è uno studio della tecnica pittorica. Prendiamo ad esempio gli occhi azzurri di quel quadro: l’azzurro come il verde sono colori che risaltano di più, e, trattandosi di volti sono gli occhi, la parte più espressiva.

C’è anche un’altra cosa da dire, nel mio caso bisogna anche che io guardi dal punto di vista commerciale. Se dipingo un Pacha mama con il sangue che gronda non è molto vendibile, è bello da vedere, ti fa pensare, ti fa riflettere … ma se dovessi appenderlo in casa, allora sussiste un problema. Quindi dal punto di vista commerciale cosa piace? Il volto, gli occhi azzurri? Aggiungo i fiori perché piacciono, le farfalle e via dicendo. – Insomma devi misurarti anche con questi fattori, non è semplice –Sì, se hai bisogno di questo lavoro per portare un pezzo di pane in più a casa. Se tu ami il surrealismo come io, amo, devi aggiungere qualche particolare che sia allettante per i compratori, che riesca ad avvicinarli di più a questa corrente artistica che è particolare, il surrealismo figurativo ancora di più.

Il surrealismo si basa proprio sulla follia e il sogno per esprimere il subconscio. Per te è più follia o sogno?

Sicuramente più sogno, c’è tanto di onirico ma anche sogno inteso come «quello che vorrei», ne ho fatto anche un quadro “Il mondo che vorrei”. Un mondo ipotetico, immaginario che vorresti fosse così, ma tutto è velato da sentimenti di delusione, nostalgia, perché la realtà non è all’altezza dei nostri sogni; è anche vero però che l’essere umano è incontentabile.

Che cosa provi mentre dipingi?

Dipende molto dal soggetto, come ti dicevo, bisogna dividere i quadri che sono studio di tecnica pittorica da quelli che sono “sfogo”. Ora sto lavorando al Pacha mama e man mano che vado avanti, penso al perché sono arrabbiato? Perché noi esseri umani stiamo distruggendo la terra? Come faccio a rappresentare questo? Allora penso che possa inserire i quattro elementi ecc, è una riflessione costante. – Quando l’opera è compiuta, ti senti liberato, sollevato?- No, quando l’opera è finita, passo le notti a guardare quello che potevo migliorare, se vanno bene gli accostamenti dei colori. In generale nelle mie opere ci sono sempre dei riferimenti alla natura, la mia denuncia è soprattutto verso questo tema e quindi c’è sempre un tocco di tristezza perché stiamo facendo passi da gigante verso la sua distruzione.

Hai preso parte a numerose esposizioni, ma nel tuo paese natio, Ruoti, l’occasione si è presentata quest’anno con l’iniziativa Ruoti in mostra.

A dirti la verità ero un po’ restio a prendere parte a questa iniziativa, perché in altri tempi poco sospetti mi sono un po’ arrabbiato non verso i cittadini ma nei confronti dell’amministrazione ruotese, perché le cose vanno organizzate in un certo modo. Questa volta prima di dare la mia disponibilità ho voluto assicurarmi e, ho allestito io stesso lo spazio che mi avevano assegnato.  

Quando hai cominciato a percepire te stesso come artista?

Tocchi un tasto dolente. Molto spesso queste cose escono in momenti di emozioni forti: perché o stai troppo male, oppure stai troppo bene, allora cominci a scrivere, a disegnare etc. A me è successo proprio così, nei momenti in cui sono rimasto chiuso a casa perché non stavo affatto bene, la pittura e il disegno mi hanno aiutato. Effettivamente poi la cosa era rimasta lì, ma un giorno il professore Vincenzo Claps venne a casa perché amico di mia sorella, vide i miei disegni e mi fece fare la mia prima mostra ad Avigliano. In quell’occasione ho venduto due quadri e, in quel periodo che non riuscivo neanche ad andare al lavorare, (di lì a poco persi il lavoro, persi tutto) vidi nella pittura sia una fonte di sfogo sia una fonte di guadagno e, per diversi anni finché non arrivasse la crisi, con la pittura non si stava male, si riusciva a vivere benino.

Quali sono i riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato?

I miei maestri virtuali sono stati Dalì e Magritte perché mi hanno fatto capire che si potevano fare delle denunce, si potevano dire alcune cose con la pittura attraverso la loro visionarietà. Mi sono sempre posto il problema di come poter dire alle persone quello che penso, se con le parole non riesco bene, ecco che essere visionario come loro mi ha aiutato tantissimo. – Sei sempre stato un surrealista o lo sei diventato?- Ho sempre dipinto in questo modo, ho un quadro qui nel corridoio, fatto con una tecnica d’inchiostro acquerellato (sono stato prima un acquerellista, poi china acquerellata, poi tempera acrilica e infine olio) ed è particolare perché si chiama “Ansia”, venne un’amica e mi disse: «toh! Guarda, ti piace Escher!». Io non sapevo nemmeno chi fosse, andai a comprare dei libri e scoprii che facevo le stesse cose di Escher! Non al suo stesso livello chiaramente, ma avevo prodotto qualcosa che lui aveva già immaginato tempo prima. Per dirti, che è nato dentro di me questo mio modo di sfogarmi senza conoscere nulla del surrealismo! Poi da Escher, ho conosciuto Dalì e Magritte che mi hanno portato ad esprimermi come mi conosci oggi. Sono un autodidatta, perciò lo studio è continuo, anche se facevo riferimento ad Antonio Lettieri che mi ha dato tanti consigli ogni qualvolta, gli portavo un quadro da incorniciare.

Ti capita di dipingere su commissione e in quel caso come riesci a starci dentro?

Sì, ed è sempre una bella sfida! Dipende molto dal tema proposto, ultimamente ho partecipato ad una mostra a Matera con l’ A.R.A (associazione regionale allevatori) il cui tema era la ruralità, quindi si poteva spaziare molto. Due anni fa invece mi hanno chiesto di partecipare ad una mostra a Battipaglia, basata sulle canzoni. Avevo scelto la canzone di Jovanotti “Viva la libertà” che dà il titolo anche all’opera, perché mi piaceva sia la tematica sia il video, difatti tutti gli animali che compaiono sono rappresentati, la gabbia è aperta, la finestra è aperta, gli animali son fuori anche se su una scacchiera che simboleggia il gioco della vita. Però ho anche una tela vuota lì dietro, da tre – quattro mesi … una coppia di amici mi ha chiesto di rappresentarli!

Nel 2019 ha ancora senso dipingere, alla luce di tutte le tecnologie?

È vero che con l’avvento dei computer si è creato un altro filone artistico che è l’arte digitale, ma personalmente ho bisogno di dipingere, di sentire l’odore, molto spesso uso le mani per creare le ombre, le sfumature, toccare i materiali … sono cose completamente diverse. La pittura è sperimentazione, ricerca, confronto.

Si compra l’opera o piuttosto l’artista?

Direi l’artista, è sempre difficile staccarsi da un’opera, perché c’è un pezzo di me stesso, un traguardo che ho raggiunto, una prova superata. Vendere è sempre doloroso è come se venissi amputato! Anni fa avevo realizzato un quadro che piaceva tantissimo a una persona, ma in quel quadro c’ero proprio io e non lo volevo vendere. Allora alzai un po’ il prezzo nella speranza che il compratore desistesse e, infatti, mi chiese se era possibile fare una copia. Feci questa copia ma alla fine ha comprato l’originale, posso vederlo quando voglio, se mi serve per una mostra, lo posso prendere. Ma preferisco non vederlo più.

Ogni artista ha la sua firma, la tua qual è?

Nei miei quadri ripercorre spesso il tema degli ingranaggi inteso come la macchinazione della mente, il pensiero continuo; cerco sempre di inserire il paesello o una casetta e poi la scacchiera. – La casetta rappresenta la famiglia, la tua sicurezza?- Sì, è più una pseudo sicurezza. Nel periodo in cui non stavo bene, decisi di trasferirmi pensando che il problema fosse altrove, ma portai con me qualcosa che mi ricordasse la mia casa, per sentirmi più tranquillo. Da allora nei miei quadri c’è sempre la casa intesa come il mio luogo sicuro.

Qual è il rapporto tra artisti, galleristi e Istituzioni?

Per un gallerista il quadro non deve essere bello, deve essere vendibile. Chiaramente il gallerista è anche bravo a capire se l’artista è valido o meno, ma comunque il suo criterio principale è la vendibilità, quindi non sempre la volontà dell’artista combacia con quella del gallerista. Quando invece si vuole istituzionalizzare una mostra, allora s’intende far emergere un artista che sia pittore, fotografo, scrittore, ecc. È più una vetrina ma anche una scuola per coloro che non conoscono l’arte, oppure per chi già conosce e sono interessati all’arte. È una crescita culturale, si tratta di voler dare cultura alle persone ma è anche una crescita personale fatta di confronto con gli altri artisti in mostra.

Quali sono gli artisti tuoi contemporanei che stimi in particolar modo?

Ce ne sono tanti perché ognuno di noi ha il proprio genere pittorico e ognuno di noi ha fatto un proprio percorso che è interessante. Posso spaziare da Franco Corvisiero che è stato l’inventore di una tecnica pittorica che è quella che sto cercando di approcciare io cambiandola con il volume quindi dando spessore ai quadri. Lui usava il bitume e una tecnica che invece di mettere colore, prima mette tutto e poi toglie con uno straccio dando queste sfumature particolari ai quadri. Il mio carissimo amico Massimo Chianese lui usa una tecnica che molti dicono di non appartenere all’arte perché usa l’aerografo, fa delle cose spettacolari, si accosta molto all’iperrealismo. Poi c’è Oklit, che conosco da tanto tempo, quando ancora non era Oklit ma Giuseppe Olita, ammiro la sua fantasia e sfrontatezza. C’è sempre da imparare da tutti, anche solo per discostarsi!

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