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lunedì, 15 Aprile, 2024

Franco Mosino

Il 15 luglio 2015 a Reggio Calabria, dov’era nato il 3 novembre 1932, ci ha lasciato lo studioso Franco Mosino, il cui multiforme impegno è consacrato nelle tante opere portate a compimento nel corso degli anni. Linguista in primo piano, amava particolarmente l’idioma greco beandosi dell’appellativo di Filelleno, che aveva volentieri aggiunto alle sue generalità. È stato insegnante a lungo proprio della lingua ellenica nel liceo Campanella della sua città con un breve intervallo a Milano, sede dalla quale aveva operato precipitoso rientro. Allora nelle scuole del nord non era facile trovarsi in armonia con la classe studentesca. Tale propensione, era naturale, lo ha indotto ben presto a frequentare il Museo della Magna Grecia e a collaborare con la benemerita Associazione Amici del Museo per la quale è stato peraltro cofondatore della prestigiosa rivista Klearchos. L’alacre operosità lo ha stimolato a partecipare parimenti all’organizzazione dei noti itineranti Incontri Bizantini, cui non era alieno di officiare puntuali proposte culturali. A un bel momento le assidue indagini lo hanno portato a identificare Omero in un anonimo e ipotetico Appa, per cui si è trovato fra i candidati al Nobel. Una simile individuazione, se da un lato lo ha fatto conoscere in maggior grado, viceversa gli ha procurato parecchie malevoli frecciate, per cui col passare del tempo si è reso distaccato dimettendosi persino da Deputato di storia patria. In ultimo l’atto più rilevante e apprezzabile è rappresentato dalla donazione dell’importante e ricca biblioteca privata al Circolo Apodiazzi di Bova, che l’ha sistemata nei locali del Museo Rohlfs intitolandola giustamente al donatore. Dell’egregio glottologo tedesco egli era stato entusiasta seguace e amico.

Il professore reggino, che ha svolto varia attività intellettuale, ha prediletto indubbiamente occuparsi di filologia, letteratura greca, folklore e storia, campi nei quali ha dato il meglio di sé. Avviatosi con una raccolta di calibrati pezzi ospitati nella rivista Historica del prof. De Giorgio, ripubblicati nel 1977 con titolo “Note e ricerche linguistiche” e la prefazione di Giuliano Bonfante, ha elaborato tutta una serie di validi componimenti di tipo letterario (Testi Calabresi antichi 1983, Ibico 1994, L’Auriga di Delfi 2004) ed etimologico (Glossario del calabrese antico 1985, Storie di cognomi italiani 1998, Dizionario etimologico dei grecismi scientifici 2014). Appassionato ugualmente dei trascorsi storici della terra natìa, e non poteva essere diversamente, ha allestito quotati saggi con titoli “Annali del Monastero della Visitazione in Reggio Calabria” (1993), “Calabria spagnola” (1997), “La storiografia dell’antico regime in Calabria” (1997). L’opera che più lo qualifica nel settore è la trasposizione dal latino in italiano nel 1998 del manoscritto secentesco De Rebus Rheginis dell’abate Giannangelo Spagnolio, realizzata con il sostegno economico della Provincia.  Su quanto espresso da Mosino ho steso più di una recensione. Questa la parte iniziale sulla predetta La storiografia ecc. apparsa in Calabria Sconosciuta (a. 1987, n. 76):

«Franco Mosino, noto studioso di storia calabrese ed esperto filologo, onnipresente in ogni convegno nel quale si discutono temi inerenti alla Calabria, con questo suo ennesimo volume viene sicuramente a colmare una lacuna alquanto evidenziata in passato. Difatti, se finora non erano mancati vistosi cenni in merito ad una rappresentazione della storiografia regionale in varie opere, come quelle del Pedio, del Piromalli e del padre Russo, non era stata ancora affrontata seriamente un’indagine organica e dettagliata della produzione bibliografica che tanti appassionati cultori di memorie patrie hanno offerto nei secoli che vanno dal XVI al XVII, proprio quelli del cosiddetto «ancien règime».

Il presente lavoro, che è anche necessariamente una sequenza di nomi, volumi e manoscritti, si pone soprattutto, come dallo stesso si avvisa, quale una “esposizione critica e ragionata” delle fatiche di un nutrito stuolo di storiografi, che da Simone Furnari allo Spiriti e dal Barrio allo Spanò Bolani, tanto per citarne alcuni, hanno tenuto a registrare e, quindi, a tramandare fatti, contingenze e valutazioni appresi tramite letture o captazioni della realtà per la quale sono passati, con intento vario tra l’uno e l’altro, ma certamente sempre volto in sommo grado a magnificare la terra natìa».

Franco Mosino, con cui ho instaurato rapporto sin dai primi a. 70 in uno dei periodici appuntamenti che si tenevano a Reggio in casa della Prof.ssa Maria Mariotti e frequentato in ragione di convegni celebrati da un sito all’altro della regione e oltre, si rendeva apprezzare per il suo dilagante buonumore. Era in ogni caso pronto alla facezia e al colloquio. Si offriva quel che si dice un amicone disponibile e molto affabile. A frequentarlo non rimpiangevi le ore andate via. Incontrandomi di tanto in tanto mi ricordava una piacevole serata all’Hotel Guglielmo di Catanzaro nel 1988, dov’eravamo alloggiati per il convegno “Guerra di corsa e pirateria nel Mediterraneo” organizzato dalla Deputazione di Storia Patria. Avvistato un pianoforte, io e la buonanima di Franco Volpe, altro valido cultore, ci alternavamo a strimpellare e lui era della partita canticchiando o suggerendo motivi. Nell’anno 2000 l’ho proposto per la partecipazione all’incontro “Vescovi e Oppido nella Diocesi di Oppido” tenutosi a Oppido. Al microfono e a tavola si è distinto secondo il consueto clichè. Non mancava invero della verve occorrente a catturare gli astanti.

 Mosino però non si faceva mettere mosca al naso e quando stimava che una iniziativa andasse contro certi principi, non lesinava una decisa opposizione. Nel 1999, a Roccella Jonica, dove partecipava al IX congresso storico calabrese “Rivoluzione e Antirivoluzione in Calabria nel 1799”, con la relazione “Echi del 1799 nei notai reggini”, contrariamente al solito si era fatto prendere la mano dilungandosi sui particolari. Al sollecito del presidente di turno, ha subito chiuso le pagine dell’intervento e non ha voluto saperne di continuare. In altro frangente, a Catanzaro, a palazzo de Nobili, la Deputazione si è riunita per deliberare sulla nomina di nuovi deputati. Nell’occasione, stimando che sotto sotto per qualcuno ci fosse motivo politico o almeno clientelare, si è scagliato restando da solo platealmente all’opposizione. In una circostanza ci trovavamo a Melicuccà e lui intratteneva sui mostaccioli di Soriano. Nel proposito ha messo avanti i suoi studi nel genere e ha officiato delle interessanti tematiche ricavate da ricerche mirate. Pervenuti agli interventi un tizio ha offerito che la parola dialettale nzuju per mostacciolo potesse derivare dall’espressione di un nonno nel vedere un nipotino che ne sgranocchiava uno. Data l’età, il bambino non riusciva a mangiare quel dolce, ma soltanto a nzuviarlo, cioè leccarlo e sgranocchiarlo. A tal punto l’oratore è scattato vivacemente, per cui, protestando contro l’incauto, ha più o meno esclamato al suo indirizzo: “Lei non può contrapporre una sciocchezza al documento” e n’è derivato un bel battibecco. Bisogna onestamente dire ch’egli era nella piena ragione. Purtroppo in simili estemporanee riunioni, cui partecipa di tutto, qualcuno, financo il meno provveduto di buona cultura nel campo, pretende di sostenere la sua intuizione appigliandosi al nulla. Per giunta eravamo nella chiesa parrocchiale del paese.

Mosino era pure questo, ma beninteso si trattava di poche eccezioni. Il Mosino da me conosciuto era tutt’altro. Certo, a chi gli pestava i piedi non la perdonava. Una volta ha voluto che insieme conducessimo una ricerca su voci dialettali della popolazione di Piminoro, per cui n’è scaturito il lavoro “Un’isola linguistica catanzarese nel reggino” che poi è apparso sull’annata 1989-1990 della Rivista Storica Calabrese. Nel 2009, ringraziandomi per le informazioni che gli avevo fornito intorno al termine “Mellah” ha avanzato una strana proposta a riguardo di una ipotetica rivista da intitolare “L’officina del rame Rivista culturale non periodica”. Confesso di non aver compreso a cosa mi avesse invitato, per cui non vi ho dato peso e il discorso è finito come doveva finire. Da quell’epoca non ho avuto più sue notizie. Anche per la malferma salute non era più lui.

Il 15 luglio 2015 a Reggio Calabria, dov’era nato il 3 novembre 1932, ci ha lasciato lo studioso Franco Mosino, il cui multiforme impegno è consacrato nelle tante opere portate a compimento nel corso degli anni. Linguista in primo piano, amava particolarmente l’idioma greco beandosi dell’appellativo di Filelleno, che aveva volentieri aggiunto alle sue generalità. È stato insegnante a lungo proprio della lingua ellenica nel liceo Campanella della sua città con un breve intervallo a Milano, sede dalla quale aveva operato precipitoso rientro. Allora nelle scuole del nord non era facile trovarsi in armonia con la classe studentesca. Tale propensione, era naturale, lo ha indotto ben presto a frequentare il Museo della Magna Grecia e a collaborare con la benemerita Associazione Amici del Museo per la quale è stato peraltro cofondatore della prestigiosa rivista Klearchos. L’alacre operosità lo ha stimolato a partecipare parimenti all’organizzazione dei noti itineranti Incontri Bizantini, cui non era alieno di officiare puntuali proposte culturali. A un bel momento le assidue indagini lo hanno portato a identificare Omero in un anonimo e ipotetico Appa, per cui si è trovato fra i candidati al Nobel. Una simile individuazione, se da un lato lo ha fatto conoscere in maggior grado, viceversa gli ha procurato parecchie malevoli frecciate, per cui col passare del tempo si è reso distaccato dimettendosi persino da Deputato di storia patria. In ultimo l’atto più rilevante e apprezzabile è rappresentato dalla donazione dell’importante e ricca biblioteca privata al Circolo Apodiazzi di Bova, che l’ha sistemata nei locali del Museo Rohlfs intitolandola giustamente al donatore. Dell’egregio glottologo tedesco egli era stato entusiasta seguace e amico.

Il professore reggino, che ha svolto varia attività intellettuale, ha prediletto indubbiamente occuparsi di filologia, letteratura greca, folklore e storia, campi nei quali ha dato il meglio di sé. Avviatosi con una raccolta di calibrati pezzi ospitati nella rivista Historica del prof. De Giorgio, ripubblicati nel 1977 con titolo “Note e ricerche linguistiche” e la prefazione di Giuliano Bonfante, ha elaborato tutta una serie di validi componimenti di tipo letterario (Testi Calabresi antichi 1983, Ibico 1994, L’Auriga di Delfi 2004) ed etimologico (Glossario del calabrese antico 1985, Storie di cognomi italiani 1998, Dizionario etimologico dei grecismi scientifici 2014). Appassionato ugualmente dei trascorsi storici della terra natìa, e non poteva essere diversamente, ha allestito quotati saggi con titoli “Annali del Monastero della Visitazione in Reggio Calabria” (1993), “Calabria spagnola” (1997), “La storiografia dell’antico regime in Calabria” (1997). L’opera che più lo qualifica nel settore è la trasposizione dal latino in italiano nel 1998 del manoscritto secentesco De Rebus Rheginis dell’abate Giannangelo Spagnolio, realizzata con il sostegno economico della Provincia.  Su quanto espresso da Mosino ho steso più di una recensione. Questa la parte iniziale sulla predetta La storiografia ecc. apparsa in Calabria Sconosciuta (a. 1987, n. 76):

«Franco Mosino, noto studioso di storia calabrese ed esperto filologo, onnipresente in ogni convegno nel quale si discutono temi inerenti alla Calabria, con questo suo ennesimo volume viene sicuramente a colmare una lacuna alquanto evidenziata in passato. Difatti, se finora non erano mancati vistosi cenni in merito ad una rappresentazione della storiografia regionale in varie opere, come quelle del Pedio, del Piromalli e del padre Russo, non era stata ancora affrontata seriamente un’indagine organica e dettagliata della produzione bibliografica che tanti appassionati cultori di memorie patrie hanno offerto nei secoli che vanno dal XVI al XVII, proprio quelli del cosiddetto «ancien règime».

Il presente lavoro, che è anche necessariamente una sequenza di nomi, volumi e manoscritti, si pone soprattutto, come dallo stesso si avvisa, quale una “esposizione critica e ragionata” delle fatiche di un nutrito stuolo di storiografi, che da Simone Furnari allo Spiriti e dal Barrio allo Spanò Bolani, tanto per citarne alcuni, hanno tenuto a registrare e, quindi, a tramandare fatti, contingenze e valutazioni appresi tramite letture o captazioni della realtà per la quale sono passati, con intento vario tra l’uno e l’altro, ma certamente sempre volto in sommo grado a magnificare la terra natìa».

Franco Mosino, con cui ho instaurato rapporto sin dai primi a. 70 in uno dei periodici appuntamenti che si tenevano a Reggio in casa della Prof.ssa Maria Mariotti e frequentato in ragione di convegni celebrati da un sito all’altro della regione e oltre, si rendeva apprezzare per il suo dilagante buonumore. Era in ogni caso pronto alla facezia e al colloquio. Si offriva quel che si dice un amicone disponibile e molto affabile. A frequentarlo non rimpiangevi le ore andate via. Incontrandomi di tanto in tanto mi ricordava una piacevole serata all’Hotel Guglielmo di Catanzaro nel 1988, dov’eravamo alloggiati per il convegno “Guerra di corsa e pirateria nel Mediterraneo” organizzato dalla Deputazione di Storia Patria. Avvistato un pianoforte, io e la buonanima di Franco Volpe, altro valido cultore, ci alternavamo a strimpellare e lui era della partita canticchiando o suggerendo motivi. Nell’anno 2000 l’ho proposto per la partecipazione all’incontro “Vescovi e Oppido nella Diocesi di Oppido” tenutosi a Oppido. Al microfono e a tavola si è distinto secondo il consueto clichè. Non mancava invero della verve occorrente a catturare gli astanti.

 Mosino però non si faceva mettere mosca al naso e quando stimava che una iniziativa andasse contro certi principi, non lesinava una decisa opposizione. Nel 1999, a Roccella Jonica, dove partecipava al IX congresso storico calabrese “Rivoluzione e Antirivoluzione in Calabria nel 1799”, con la relazione “Echi del 1799 nei notai reggini”, contrariamente al solito si era fatto prendere la mano dilungandosi sui particolari. Al sollecito del presidente di turno, ha subito chiuso le pagine dell’intervento e non ha voluto saperne di continuare. In altro frangente, a Catanzaro, a palazzo de Nobili, la Deputazione si è riunita per deliberare sulla nomina di nuovi deputati. Nell’occasione, stimando che sotto sotto per qualcuno ci fosse motivo politico o almeno clientelare, si è scagliato restando da solo platealmente all’opposizione. In una circostanza ci trovavamo a Melicuccà e lui intratteneva sui mostaccioli di Soriano. Nel proposito ha messo avanti i suoi studi nel genere e ha officiato delle interessanti tematiche ricavate da ricerche mirate. Pervenuti agli interventi un tizio ha offerito che la parola dialettale nzuju per mostacciolo potesse derivare dall’espressione di un nonno nel vedere un nipotino che ne sgranocchiava uno. Data l’età, il bambino non riusciva a mangiare quel dolce, ma soltanto a nzuviarlo, cioè leccarlo e sgranocchiarlo. A tal punto l’oratore è scattato vivacemente, per cui, protestando contro l’incauto, ha più o meno esclamato al suo indirizzo: “Lei non può contrapporre una sciocchezza al documento” e n’è derivato un bel battibecco. Bisogna onestamente dire ch’egli era nella piena ragione. Purtroppo in simili estemporanee riunioni, cui partecipa di tutto, qualcuno, financo il meno provveduto di buona cultura nel campo, pretende di sostenere la sua intuizione appigliandosi al nulla. Per giunta eravamo nella chiesa parrocchiale del paese.

Mosino era pure questo, ma beninteso si trattava di poche eccezioni. Il Mosino da me conosciuto era tutt’altro. Certo, a chi gli pestava i piedi non la perdonava. Una volta ha voluto che insieme conducessimo una ricerca su voci dialettali della popolazione di Piminoro, per cui n’è scaturito il lavoro “Un’isola linguistica catanzarese nel reggino” che poi è apparso sull’annata 1989-1990 della Rivista Storica Calabrese. Nel 2009, ringraziandomi per le informazioni che gli avevo fornito intorno al termine “Mellah” ha avanzato una strana proposta a riguardo di una ipotetica rivista da intitolare “L’officina del rame Rivista culturale non periodica”. Confesso di non aver compreso a cosa mi avesse invitato, per cui non vi ho dato peso e il discorso è finito come doveva finire. Da quell’epoca non ho avuto più sue notizie. Anche per la malferma salute non era più lui.

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